Mistress America, recensione della commedia di Noah Baumbach con Greta Gerwig

18 ottobre 2015
3.5 di 5
72

Lo stile e il personaggio di Frances Ha incontrano i temi di Giovani si diventa.

Mistress America, recensione della commedia di Noah Baumbach con Greta Gerwig

È un po' come se Noah Baumbach abbia voluto fare discorsi molto simili a quelli affrontati nel (molto) sottovalutato While We're Young adottando lo stile nouvellevaguiano e l'attrice feticcio del (piuttosto) sopravvalutato Frances Ha.
La sensazione che si ha di fronte a un film come Mistress America, davanti al solito vorticare nevrotico di Greta Gerwig (talmente brava nel ruolo di personaggi tutto sommato antipatici da risultare antipatica anche lei), alla passata in rassegna di tardivi atteggiamenti hipsterici, al racconto di un'immaturità che non vuole saperne di capire che il tempo dei giochi (e degli egotismi, e degli egoismi) è finito da un pezzo.

Brooke, il personaggio della Gerwig è il perfetto equivalente newyorchese e millennial della Cristina di Ecce Bombo: anche lei nella vita gira, veda gente, si muove, conosce, fa delle cose. Brooklyn 2015 come la Roma degli anni Settanta.
Ma a rimanere di sasso, davanti a lei, non c'è Michele Apicella; c'è la sua quasi-forse-sorellastra acquisita Tracy, una splendida Lola Kirke (sorella della Jemima di Girls nella vita: c'è talento in famiglia): una ragazza che, come tante e tanti altri ancora oggi, a vent'anni non sa ancora bene chi sia e cosa voglia diventare, che subisce mode e convenzioni pur lottando per rimanere sé stessa: chiunque essa sia.

Il modello, quindi, rispetto a While We're Young è ribaltato, ma le dinamiche di scambio tra le due generazioni rimangono simili: Tracy è come il Josh di Ben Stiller, ma giustificata dall'età e dalla situazione; mentre Brooke è una Frances che incontra le ambizioni di Jamie di Adam Driver, senza però averne il killer instinct. E il messaggio, alla fine, è molto simile, sebbene meno concentrato sulla generazione coetanea di quella del regista ma spalmato in maniera quasi uniforme su tutti i personaggi.

Mentre nella prima parte del film, Baumbach fa un po' il Truffaut e un po' il Cassavetes, giocando col realismo sporco e vagamente nervoso, e ammiccando a indie alla Submarine o alla Alex Ross Perry nel ritratto di Tracy e dei suoi amici, seguendo la sua musa e protagonista lungo le montagne russe dei suoi movimenti e dei suoi umori, in una parte pre-finale che riunisce tutti i protagonisti in una bella villa fuori città prende come modello un altro newyorchese doc come Woody Allen, spingendo sul pedale della commedia verbale e del turbinare e incrociarsi di personaggi e sotto-trame.

È allora, e solo allora, che il fronte anti-Brooke si fa così compatto e violento, con un mobbing ingiustificato, un linciaggio quasi da social network, che il personaggio della Gerwig riesce a mutare in qualcosa di patetico col quale empatizzare: perché tutti abbiamo avuto sogni inconcludenti, tutti abbiamo rubato qualcosa - un pezzo di vita, un'idea - a qualcuno per scrivere qualcos'altro, tutti siamo protagonisti di piccoli e grandi egoismi.
Miss/Stress/America.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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