Mister Link: la recensione del film d'animazione della Laika

15 settembre 2020
3.5 di 5

Lo studio americano di Travis Knight torna con un'altra divertente avventura in giro per il mondo diretta dal Chris Butler di Paranorman. Candidato all'Oscar 2020 come miglior film d'animazione, e vincitore del Golden Globe nella stessa categoria, debutta nei cinema italiani il 17 settembre.

Mister Link: la recensione del film d'animazione della Laika

L’Inghilterra vittoriana, l’era delle grandi avventure, delle grandi scoperte, delle avventurose esplorazioni. Quella dei club londinesi per #tuttimaschi, come si usa dire oggi (e come ci ha raccontato di recente un film come The Aeronauts); i club come il Reform Club, da cui partiva un personaggio immaginario come Phileas Fogg per fare il Giro del mondo in 80 giorni, o come la Royal Geographic Society di cui erano membri viaggiatori, scienziati ed esploratori come Charles Darwin, David Livingstone, Ernest Shackleton, Edmund Hillary e il Percy Fawcett raccontato da James Gray in Civiltà perduta.
Anche Sir Lionel Frost, il coraggioso ma sfortunato esploratore protagonista di Mister Link sogna di far parte di uno di quei club.
Ma i soci anziani, vecchi bacchettoni vittoriani, non vogliono accettarlo: più perché vedono il loro mondo minacciato dall’evoluzionismo, dai cambiamenti sociali e tecnologici che Frost in qualche modo incarna, che dal fatto che il nostro eroe insegua creature bizzarre e fantastiche come il Mostro di Loch Ness (nel prologo del film) o il Sasquatch, considerato - appunto - come l’anello mancante, il link tra la scimmia e l’uomo.
Non vogliono accettarlo, e faranno di tutto e di più per evitare che la sua impresa, quella appunto di recarsi nel nord-ovest americano e trovare quello che è anche noto come il Bigfoot, abbia successo.
E però, ecco che Frost il suo Sasquatch lo trova molto facilmente, e lo battezza Mister Link (come nome di battesimo, poi, la creatura, perfettamente capace di parlare, leggere e scrivere, sceglierà Susan: ma non c’è alcun doppio senso sessuale nella scelta; al massimo un discreto ammiccamento alla fludità contemporanea). Lo trova, e decide di aiutarlo ad arrivare nello Shangri-La, altro luogo immaginifico dove Susan crede di poter trovare suoi simili emigrati in passato dalle Americhe fino in Asia: gli yeti, se non si fosse capito.

Alla fine, in Mister Link non c’è molto più di questo, del viaggio di Frost fino agli Stati Uniti, e di quello che dalla costa occidentale di quel paese lo riporterà - e con lui, Susan e una sua vecchia fiamma di nome Adelina, aggregatasi all’insolito duo strada facendo - prima in Europa e poi in India, e infine sull’Himalaya, alla ricerca dello Shangri-La.
Ma il viaggio di Frost, Susan e Adelina sarà ovviamente pieno di azione e avventura, di scontri con uno scagnozzo messo sulle loro tracce da chi vorrebbe fallissero, e di molte soprese. Un viaggio che, come ogni viaggio, sarà principalmente di scoperta interiore per questi protagonisti.
Se le motivazioni di Adelina per andare all’avventura sono quelle di una liberazione femminile più letterale che metaforica, per Frost e Susan le cose stanno diversamente: loro non devono liberarsi da nulla, se non dalla loro ansia di accettazione da parte di coloro che ritengono simili (intellettualmente, o evolutivamente) e che invece sembrano non volerne sapere di loro.
Come aveva già fatto in Paranorman, il suo precedente lungometraggio, sempre prodotto dalla Laika e realizzato in stop-motion, lo sceneggiatore e regista Chris Butler racconta la storia di due personaggi eccentrici rispetto al mondo in cui sono calati, e che cercano di trovare qualcuno che li faccia sentire finalmente parte di qualcosa di più grande e universale di loro. Ma Frost e Susan scopriranno che le loro ambizioni sono mal riposte, di non avere bisogno del riconoscimento di persone con le quali, in realtà, non hanno nulla a che vedere, e che il loro essere esterni ed eretici rispetto all’omologazione e alla chiusura mentale di certi mondi è, in realtà, il loro punto di forza.

Se il discorso alla base di Mister Link, assai condivisibile, è comunque fin troppo chiaro e lineare, a tenere in carreggiata il film - e l'attenzione dello spettatore - ci pensa da un lato la tecnica (le tante scenografie e il design dei personaggi, costumi compresi, sono notevoli) e dall’altro l’umorismo.
I duetti fra Frost e Susan (con Adelina che spesso funge da terzo vertice per triangolazioni di dialoghi o gag) sono molto divertenti, specie nelle numerose scene in cui si gioca sull’eccesso di letteralismo con cui il Sasquatch prende le parole, le frasi (spesso fatte) e i modi di dire dell’amico umano, sottolineando in questo modo l’eccesso di affettazione dell’esploratore che deve venire a patti con un compagno di viaggio simpaticissimo e fortissimo, ma assai pasticcione e ben più ruspante di lui.
Una dinamica che genera scintille di divertimento e anche evolutive per i personaggi stessi, destinati a rompere le rigidità vittoriane,  e andare incontro a un futuro - a un progresso; a un’evoluzione - più libero e aperto e consapevole.
Quello di cui avremmo bisogno anche oggi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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