Mission: Impossible - Rogue Nation: la nostra recensione

05 agosto 2015
4 di 5
74

La serializzazione è totale, ma non è un male e ci si diverte parecchio

Mission: Impossible - Rogue Nation: la nostra recensione

Mentre il direttore della CIA (Alec Baldwin) preme per chiudere la destabilizzante Impossible Mission Force, il suo membro più attivo Ethan Hunt (Tom Cruise) è sulle tracce di una misteriosa associazione a delinquere, il "Sindacato". Con l'aiuto dell'amico Benji Dunn (Simon Pegg) e del resto della squadra, dovrà capire chi la gestisce e allo stesso tempo legittimarsi agli occhi della CIA. Ci sarà da fidarsi dell'ambigua spia inglese Ilsa Faust (Rebecca Ferguson)?

Mission Impossible – Rogue Nation segna forse il giro di boa per la saga cinematografica con (e di) Tom Cruise, basata sull'omonima serie tv degli anni Sessanta-Settanta. Con l'accoglienza divertita di pubblico e critica, nonché gli ottimi incassi, il Mission Impossible cruisiano s'impenna adesso in un autocompiacimento contagioso in stile Fast & Furious: potrebbe come quest'ultimo ormai andare avanti all'infinito, perché dimessi i panni dell'evento prestigioso (le regie di De Palma, Woo, Abrams, Bird), la saga abbraccia con Rogue Nation la serializzazione totale e uno stile non invasivo, funzionale al suo mito, ben confezionato da Christopher McQuarrie in copione e regia.

Come stava già succedendo con Protocollo Fantasma, Cruise da interprete e producer ha capito come sopravvivere a un mercato hollywoodiano che comincia ad avanzar dubbi sulla sua resistenza al botteghino: dà spazio agli altri attori, tutti perfetti (seducente la Ferguson, esilarante e praticamente coprotagonista Pegg, saggia idea), ma allo stesso tempo si fa garante iconico del progetto, sottoponendosi senza controfigure a scene d'azione deliranti, con lo scopo forse di mettere alla prova allo stesso tempo la resistenza del suo corpo e del suo mito. E' già culto Hunt attaccato alla portiera di un areo in (vero!!!) decollo, ma non manca nemmeno qualche prodezza motociclistica memore di MI2, nonché qualche ammirevole performance puramente ginnica. Sotto il gigionismo (peraltro necessario in un film così stilizzato), capiamo e ci immedesimiamo nella lotta dell'attore, che nella sua carriera ha ricoperto ruoli infinitamente più complessi di questo, ma che si affida proprio ai cliché di un Ethan Hunt per non perdere il calore più immediato del pubblico.

Scelta apprezzabile, perché più originale di quanto sembri nella caratterizzazione del personaggio: saremo pure in atmosfera da film di genere paradossale ed esasperato, eppure Ethan non è vendicativo, è estemporaneo ma elegante, leale ma non passionale, trionfo del corpo maschile eppure rigorosamente asessuato (chissà se è stato mai davvero intrigato da Ilsa). Cerca la giustizia ma non la carneficina, quindi Mission Impossible: Rogue Nation si trasforma in un balletto spesso autoironico e giocoso, lontano dall'imperante nostalgia per la tamarraggine anni Ottanta. E' più la vera rimembranza di un intrattenimento televisivo rasserenante, perché ripetitivo con consapevolezza, prima che le serie tv diventassero fenomeno sofisticato.

Il film diverte e scorre con l'allegria disinvolta di un luna park, anche grazie a un villain ben interpretato da Sean Harris, mentre Tom ci chiede con complicità di aggrapparci con lui su questo benedetto aereo dello show business e delle mode, che pretenderebbe davvero di decollare senza di lui, il Top Gun. Figuriamoci.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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