Mary e il Fiore della Strega Recensione

Titolo originale: Meari to majo no hana

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Mary e il fiore della strega, la nostra recensione del primo film dello Studio Ponoc

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Mary e il fiore della strega, la nostra recensione del primo film dello Studio Ponoc

Annoiata dall'ultima settimana di vacanze e ospite di una prozia, la ragazzina Mary Smith scopre nel vicino bosco un fiore che le conferisce temporaneamente poteri magici. A bordo di una scopa volante finisce all'accademia di magia Endors College, gestita da Madame Mumblechook e dal Dottor Dee. Come spiegare che in realtà non è una vera strega? Conviene stare al gioco o il gioco potrebbe sfuggire di mano?

Mary e il fiore della strega è l'opera prima del neonato Studio Ponoc, composto da transfughi dello Studio Ghibli, tra cui Hiromasa Yonebayashi, qui regista alla sua opera terza. Al Ghibli infatti Yonebayashi aveva diretto il meraviglioso Arrietty e il piacevole Quando c'era Marnie. Anche se è tratto dal libro per bambini "La piccola scopa" (1971) di Mary Stewart, arrivato in Italia solo nel 1992 per i tipi Mondadori, Mary e il fiore della strega fluisce come un evidente omaggio al mentore del regista, quell'Hayao Miyazaki che ha segnato il cinema d'animazione contemporaneo. Non si pensi che saperlo ci abbia influenzato nella visione: i rimandi alla poetica visiva e contenutistica del Ghibli sarebbero stati evidenti anche se fossimo stati all'oscuro del legame. Quale appassionato non penserebbe a Kiki - Consegne a domicilio o alla Città incantata dopo aver visto il trailer di Mary?

Non che sia un male, in linea generale. Ormai regista con una solida esperienza (e prima ancora animatore), Yonebayashi gestisce al meglio la coreografia dell'immagine: le animazioni a mano libera generalmente fluide sono le colonne di sequenze d'azione convincenti ed ensusiasmanti, nella composizione dello spazio e nei movimenti di macchina. La ricerca cromatica fa vibrare le inquadrature di curiosità e si sposa molto bene a quella suggestione per la fiaba europea che caratterizza un certo tipo di anime: quando Mary insegue il gatto nel bosco è impossibile non pensare ad Alice nel paese delle meraviglie.

Lo spirito di Miyazaki e del recentemente scomparso Isao Takahata aleggia pure nella lettura metaforica ed ecologista della vicenda: l'università, che sulle prime dovrebbe emanare un fascino stile Hogwarts di Harry Potter, nasconde una deriva della magia, che è poi la trasposizione fantastica della scienza malata di "hybris", di quella pericolosa superbia che pretende di piegare la natura alle scoperte. Antropologicamente è significativo che nella cultura orientale e nell'anime non sia l'etica cattolica a contrapporsi alla scienza senza limiti, quanto una trasfigurazione divina della natura, in continuità con lo shintoismo di alcuni lavori storici di Hayao come Il mio vicino Totoro.

Con artisti e collaboratori provenienti dal Ghibli, Yonebayashi non ha difficoltà nel costruire uno spettacolo di alto intrattenimento, sostenuto appunto da un messaggio che può stimolare il dibattito. E' tuttavia proprio questa forte somiglianza con lo stile di Miyazaki a risultare a volte controproducente, perché appunto offre poco di nuovo e soprattutto spinge lo spettatore a cercare quel magico "quid" di Hayao, qui assente. Al di là del divertimento e del dinamismo dell'azione, al di là dei temi, all'opera manca quell'impalpabile deriva metafisica, quell'improvvisa dilatazione dei tempi che sa sospendere il pubblico in un'immersione quasi ipnotica e onirica, da abitare. Nel personaggio di Mary non si riesce a leggere più di quel che già c'è e che la regia enfatizza forse con qualche ripetizione di troppo: il confronto tra Arrietty e Sho usava il fantastico per trasmettere sottotraccia veri dilemmi esistenziali, lì dove Mary e il fiore della strega è "solo" un'affettuosa fiaba.

Mary e il Fiore della Strega
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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