Man in the Dark: la recensione del film

31 luglio 2020
3 di 5

Un b-movie gradevole, scaltro e furbo, ben congegnato sul piano visivo e della suspense, che si appoggia a certi sottotesti politici solo di facciata e che è ben attento a non oltrepassare certe soglie.

Man in the Dark: la recensione del film

Dopo il remake de La casa, e prima dello sfortunato Millennium - Quello che non uccide, Fede Álvarez aveva piazzato Man in the Dark: film dal budget minore perfino di quello, già non altissimo, del rifacimento del film di Raimi, e figuriamoci del successivo; capace, però, d'incassare più di entrambi.
È un b-movie, Man in the Dark. Realizzato con grande perizia tecnica, una manciata d'attori e praticamente un'unica location, nonché con un bel pizzico di furbizia nella scelta degli ingredienti che vengono mescolati nella ricetta e nelle loro dosi; nel conoscere quali siano i limiti della rappresentazione per non diventare prodotto troppo di nicchia.

Nella storia Álvarez (che ha scritto il copione con Rodo Sayagues) ha infilato tutta una serie di questioni che rappresentano alcuni dei grandi fantasmi che ossessionano gli Stati Uniti di questi anni, e che sono stati centrali nell'affermazione del trumpismo: dalla crisi economica (con il default di Detroit, e i giovani protagonisti che rubano per avere i soldi necessari per scappare in California, sogno imperituro dagli anni Sessanta a tutt'oggi), alla politica estera (il veterano della Guerra del Golfo che in Iraq ha perso la vista e la testa, presunta vittima del furto), alla forbice sociale sempre più larga e generatrice d'ingiustizie (a un certo punto il veterano fuori di testa, che da preda è diventato cacciatore, lamenta che la donna che gli ha ucciso la figlia in un incidente d'auto sarebbe finita in galera, se non fosse stata ricca com'era).

Ora, però, non bisogna commettere l'errore di pensare che Álvarez abbia voluto fornire al suo film un sottotesto politico che fosse qualcosa di più di una pura facciata: tutto quanto è stato appena riassunto ha solo lo scopo di fornire pretesti narrativi e generare una vicenda che va avanti per puro dispiego dell'azione cinematografica, senza la zavorra di temi o metafore.
Man in the Dark è quello che è: un film dove tre ragazzi s'introducono in casa di quello che credono un povero cieco per rubare, e che scoprono a spese loro che non solo il povero cieco non è povero, e nemmeno inerme, ma che nasconde anche segreti scioccanti che complicheranno oltremodo la situazione.

E però, al tempo stesso Álvarez sa benissimo che se vuole ottenere ciò che desidera (il successo di pubblico, e presso l'establishment hollywoodiano dove ha appena messo il piedino) con gli shock ci deve andare piano. Non con gli spaventi, o coi brividi, che sono un'altra cosa, e ci sono anche: proprio con quel materiale che potrebbe provocare nello spettatore un reale turbamento. È furbo a sufficienza per condurre fin sulla soglia del proibito, quello vero; e al tempo stesso per non farti entrare mai dentro quella stanza, o di farvi uscire qualcosa che è assai meno spudorato, ruvido e perturbante di quanto ti era stato implicitamente promesso.
Álvarez, in pratica, è un teaser.

È quel che sta in mezzo, tra l'irrilevanza del tema e la negazione dell'eccesso, che conta in Man in the Dark: ovvero quel gioco del gatto col topo che Álvarez ha perfettamente congegnato, sul piano della scrittura ma ancora di più su quella della pianificazione visiva della messa in scena, delle geometrie che riguardano la casa buia e diroccata che è teatro praticamente unico dell'azione, le sue stanze, i suoi corridoi, le sue soffitte, le cantine, le verande e le finestre.
C'è un pizzico di maniacalità fincheriana (del Fincher di Panic Room, soprattutto) nel vedere come Álvarez ha costruito il suo film, e gli spostamenti dei suoi protagonisti. E c'è scaltrezza nell'aver scelto Stephen Lang e la Jane Levy già in La casa come protagonisti assoluti, come in quella di aver costruito tutto il suo film attorno a un'idea di suspense ininterrotta che omaggia i Carpenter e i Fincher (appunto) più di Hitchcock.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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