Lo Hobbit La battaglia delle Cinque Armate: la nostra recensione del film

12 dicembre 2014
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Si chiude con tanta azione la trilogia dello Hobbit firmata da Peter Jackson

Lo Hobbit La battaglia delle Cinque Armate: la nostra recensione del film

Lo Hobbit – La battaglia delle Cinque Armate chiude la trilogia dello Hobbit di Peter Jackson, iniziata con Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato e proseguita l'anno scorso con Lo Hobbit – La desolazione di Smaug. Il quartetto di sceneggiatori (Jackson, Walsh, Boyen, Del Toro) tira le fila del suo percorso personale nell'universo tolkeniano, criticato dai fan più rispettosi, giungendo a un conflitto nelle intenzioni epico come quello del Ritorno del Re.

Mentre migliaia di Orchi si avvicinano alla Montagna Solitaria, mandati da Sauron, nella fortezza il re dei nani Thorin Scudodiquercia comincia a perdere il controllo, ossessionato dal recupero dell'Arkengemma. Rinunciando provvisoriamente a farlo rinsavire, Bilbo prova a usare la gemma per riportare la pace tra i Nani, gli Elfi e gli umani sopravvissuti all'attacco del drago Smaug. La minaccia degli Orchi farà rinsavire tutti in tempo per evitare la catastrofe?

Parliamoci onestamente. Giunti al terzo film, tutti i discorsi e le polemiche relative all'evento Hobbit si sono esaurite. Stupore, ammirazione ed eventuali contestazioni per i 48 fotogrammi al secondo? Abbiamo già dato. Polemiche, analisi, tolleranza o intransigenza sull'espansione del romanzo originale? Già fatto. Le alte aspettative che circondavano il primo atto e la severità con cui si attendeva il secondo lasciano quindi ora lo spazio a una certa serenità rassegnata dell'animo. Per capirci: è rimasto da commentare solo il terzo atto in sè, solo La battaglia delle Cinque Armate.

Il film ha una sua identità nella trilogia: ci è sembrato quello con la percentuale d'azione più marcata e dal ritmo più forsennato, aiutato anche da una durata più ridotta, sulle due ore e venti. E ha un incipit strepitoso: la decina di minuti in cui Smaug attacca Pontelagolungo rappresenta il Peter Jackson migliore, irresistibile. Quell'autore che manovra il barocco riuscendo con l'immagine a stupirti, anche quando il contenuto della scena sulla carta non presenterebbe sorprese per un pubblico medio. Così come desta rispetto l'aggressività visiva e sonora dello scontro con Sauron. Con un film che è all'80% costituito da battaglie, scontri, assalti, fughe, duelli, crolli, voli e cadute, la regia del buon Peter è sempre creativa e vivace, e questo anche un detrattore lo deve ammettere. Perché non basta avere un grande dipartimento di effetti visivi alle spalle, come dimostrato da tanti blockbuster anonimi.

Il problema di La battaglia delle Cinque Armate è semmai proprio in quella percentuale: se l'80% è azione, per sviluppo dei personaggi e trama non ci rimane che un 20%, e questo 20 non aggiunge nulla a ciò che si era criticato, apprezzato, guardato al microscopio, condannato o assolto negli ultimi due anni. La sensazione è che un crescendo ci sia, ma solo di natura sensoriale, saturante, rassegnandosi all'idea che della vicenda, già ormai allungata oltremisura, sia rimasto ben poco da raccontare, e che un'acrobazia fisicamente visionaria di Legolas conti più del frettoloso tragitto interiore di Thorin. Il che, se siete stati tra coloro che hanno criticato i contenuti e l'articolazione narrativa più importanti nei due film precedenti, potrebbe anche essere un bene.





  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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