Le Week End: la recensione del film di Roger Michell

29 maggio 2014
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Il regista di Notting Hill firma il suo film più autentico, personale e profondo.

Le Week End: la recensione del film di Roger Michell

Anche se il suo lavoro più celebre è Notting Hill, non è nell'impeccabile romcom con Hugh Grant e Julia Roberts che va cercata la particolarità di Roger Michell, quel someting more o something else che ne fa un regista sensibile, attento, introspettivo.

No, è in film come Persuasione e L'amore fatale che le fragilità dell'uomo adulto, insieme a quell'inquietudine esistenziale che non abbandona mai chi ha il dono dell'intelligenza e dell'autoconsapevolezza, affiorano delicatamente in superficie per essere messe a fuoco con estrema precisione.
A pensarci bene, però, in queste due vicende di amore contrastato o di affetto smodato si riscontrava un impercettibile distacco dalla vicenda raccontata, uno sguardo troppo oggettivo, una distanza di fondo che ne Le Week End si va completamente ad annullare.

Che dipenda dalla scrittura di Hanif Kureishi, alla sua quarta collaborazione con il regista, o dal fatto che entrambi hanno l'età esatta dei personaggi del film, la verità è che la storia che hanno inventato e che ruota intorno al fine settimana a Parigi di una coppia di Birmingham che festeggia il trentesimo anniversario di matrimonio è una gemma preziosa, un ritratto disperatamente malinconico, ma anche spiritoso, dell'amore a 60 anni e delle difficoltà non di stare insieme, ma di evolvere allo stesso modo e di continuare a conoscersi intimamente.

E' un film di umori che cambiano Le Week End, di capricci fra il senile e l'infantile, una riflessione su senso di mortificazione che nasce dalla sfasatura fra una mente da ragazzino e un corpo che risponde male agli impulsi sessuali.
Non c'è romantica nostalgia – ed è bene farlo notare – nell'avventura/disavventura bohemienne di Nick e Meg.
La loro trasferta francese non è charming come quella indiana dei protagonisti di Marigold Hotel, che pure litigavano, si lasciavano, si reinventavano.
No, grazie ai miracolosi Jim Broadbent e Lindsay Duncan, che mutano continuamente registro, si percepisce in loro, quasi sempre, una reale, seppure sottile, sofferenza: ad accompagnarla, e in fondo a causarla, c'è la paura di perdere non solamente l'altro, ma anche i valori giovanili, nello specifico il radicalismo e la libertà di pensiero degli anni '70, sostituiti in epoca contemporanea da ipocrisie ideologiche e fitness-mania.

Anche se i fan di Prima dell'alba e sequel vari ameranno Le Week End, il paragone fra le due visioni e situazioni non sussiste, come hanno suggerito in molti. I personaggi del film di Michell sono meno cool di quelli di Linklater e soprattutto più crudeli con se stessi e con coloro che li amano, nonché più intransigenti verso chi non dimostra uguale acume e cultura.
Spesso autoironici, forse disturberanno qualcuno con la loro schiettezza, debolezza e con il messaggio di fondo di cui si fanno portavoce, che ci dice che invecchiare non è bello.
Ma attenzione, un antidoto allo smarrimento di Nick e Meg la coppia Kureishi-Michell ce lo dà: è l'amore, un amore forte che si nutre di ricordo, solidarietà e di stima reciproca. 

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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