Le regole del caos: recensione del film con Kate Winslet diretto da Alan Rickman

25 maggio 2015
3.5 di 5
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L'attore si ritaglia il ruolo di Re Sole ed esalta l'intuito femminile in un divertissement ben confezionato.

Le regole del caos: recensione del film con Kate Winslet diretto da Alan Rickman

In principio fu Jane Austen, che con il suo delicato, arguto e tutt’altro che ingenuo "Ragione e sentimento" ispirò ad Ang Lee il film che li fece incontrare. Due decadi dopo, Python sguardo torvo e la libera e forte Kate Winslet si ritrovano a lavorare insieme in un altro period movie, un dramma sentimentale che sposta l’ambientazione dalla quieta Inghilterra di inizio Ottocento alla Francia flamboyant e un po’ ingessata di Luigi XIV°, sovrano del "voglio tutto e subito" prima che il popolo lamenti la mancanza di pane e venga invitato da Maria Antonietta a "ripiegare" sulle brioches.

Ah, Maria Antonietta! Sono passati nove anni da quando la giovane sposa di Luigi XVI° e la sua corte sono state raccontate in Marie Antoinette da Sofia Coppola, che contaminandole con la cultura pop, i cup cake e i blush in colori pastello ha certamente compiuto un gesto di deliziosa rottura.
Quanto all’operazione monarchia borbonica di Alan Rickman – che qui è non solo interprete del Re Sole ma soprattutto regista ­– il suo significato e la sua funzione non appaiono sempre chiari, ma se si accetta di considerare Le regole del caos un divertissement dall’ottima confezione, un feel good movie da non perdere quando si cerca una piccola e cauta catarsi, allora ben venga la quieta immersione nei giardini in costruzione di Versailles e nella fatua e vuota esistenza di dame e nobiluomini schiacciati da pesanti abiti e da parrucche simili a profiteroles.

Pur rischiando di essere incasellato nel genere miniserie della BBC, la seconda regia di A.R. si riscatta inoltre da una certa ingenuità visiva in virtù di alcune scelte tematiche, prima fra tutte il fatto che al centro del suo balletto marivaudiano l’attore britannico abbia posto una donna che non è una damsel in distress, ma un’artista bohemienne che esercita il proprio fascino attraverso l’intelligenza e la passione per il lavoro.
La paesaggista di giardini Madame De Barra diventa così la perfetta incarnazione di quel principio femminile che dovrebbe governare il mondo, quell’ordinato disordine che infrange le regole senza sovvertirle rabbiosamente e che nasce dall’intuito.

Ora, difendere il gentil sesso e rivendicarne l’importanza oggi come ieri è cosa buona e giusta, ma se lo si fa attraverso un personaggio che non è mai esistito e che quindi non ha mai influenzato il corso della storia, l’obiettivo si raggiunge con meno efficacia. E’ qui che il film rivela l’ambiguità di cui sopra. E’ pur vero che di biopic se ne girano troppi, ma le biografie sul grande schermo hanno anche il pregio di stimolare la curiosità di chi riceve solo un piccolo assaggio di un individuo vissuto magari in epoche lontane.
La nostra Sabine, invece, non ha mai lavorato alla sala da ballo all’aperto di Rockwork Grove e, oltrettutto, non avendo la potenza e la rotondità di un’eroina shakespeariana o nata dalla penna delle sorelle Brontë, non riesce, senza un supporto di realtà, ad essere né un archetipo né un esempio per le donne a venire.

Forse Rickman in fondo ne è consapevole e magari è per questo che metà film introduce il melò, cedendo alla love story fra la De Barra e l’architetto di giardini André Le Notre, uomo d’ingegno a cui un Matthias Schoenaerts che sembra capitato in po’ per caso nel 1600 dà una notturna malinconia e un invidiabile contegno. Di fronte alla vulcanica Kate, la sua performance, purtroppo, si riduce in diverse sequenze a poca cosa.

Ispirato alla pittura del diciassettesimo secolo, Le regole del caos è raggelato talvolta nella staticità di leziosi tableau vivants. In altri momenti, invece, è preciso e curato nel dettaglio come una miniatura.
Alan Rickman, comunque, possiede l’incommensurabile dono dell’ironia, che fa emergere divertito quando lascia la ribalta a Stanley Tucci in versione Duca d’Orleans, o quando "smette" i boccoli e si regala una scena in un isolato giardino fiorito che da sola vale il film.
Bisogna saperle cogliere queste sfumature, ricordandosi che spesso la bellezza è nelle piccole cose.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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