Le otto montagne: recensione del film con Luca Marinelli e Alessandro Borghi

19 maggio 2022
3.5 di 5
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Adattamento del romanzo vincitore dello Strega, in concorso a Cannes 2022, Le otto montagne è diretto dalla coppia belga composta da Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch con protagonisti Luca Marinelli e Alessandro Borghi. La recensione di Mauro Donzelli.

Le otto montagne: recensione del film con Luca Marinelli e Alessandro Borghi

La montagna è come il cinema, questione di sguardi, di come ci poniamo ne confronti dell’orizzonte. Non è un caso che le alte quote abbiano un fertile e antico rapporto con la settima arte, fotogeniche come pochi luoghi. Le otto montagne racconta la ricerca di spazi e del proprio spazio di un ragazzo poi uomo e del suo migliore amico che diventa un fratello attraverso il rapporto reciprocamente esclusivo col padre di uno dei due, quasi mai goduto insieme. A parte una volta, la prima su un ghiacciaio sopra i 3000 metri, che ha funzionato da imprinting. 

Pietro è un ragazzo di città, che in una casetta dei suoi in montagna ci va rigorosamente solo d’estate, in vacanza. Lì incontra sempre Bruno, suo coetaneo di uno sperduto paesino di montagna. Ogni anno passano la stagione insieme, senza troppe parole, ma "facendo cose", ritrovandosi dopo un anno di vita speso aspettando quelle settimane. Riprendono dove hanno smesso, esplorano i pratoni e salendo di quota prima incontrano i boschi, poi le pietraie quando la vegetazione è soffocata dall’altitudine. Un rapporto che respira aria buona, si alimenta con la lontananza invernale e non richiede spiegazioni, anche se la madre di Pietro vorrebbe far studiare Bruno, a rischio di spegnerne l’istinto e allontanarlo dal suo habitat. Il padre di Pietro, invece, ha iniziato il figlio alla montagna, poi non ha retto al contraccolpo adolescenziale di un improvviso ribelle, e negli anni ha condiviso molte camminate con Bruno, quando Pietro ha abbandonato entrambi impegnato in altre cose, che da ragazzo cresciuto e poi giovane uomo neanche ricorda più.

L’adattamento del romanzo vincitore del premio Strega di Paolo Cognetti, Le otto montagne, si concentra sull’amicizia assoluta di Pietro e Bruno, riportando Luca Marinelli e Alessandro Borghi a dividere lo stesso set a sette anni dall’esperienza che ha cambiato le loro vite, umanamente e come attori, quella in Non essere cattivo e nella “banda Caligari”. Un legame sinergico virile che mettono al servizio di questa storia, lo rendono speciale anche fra le vette della Val d’Aosta in cui ha girato Felix van Groeningen, molto apprezzato per Alabama Monroe meno per Beautiful Boy, con Charlotte Vandermeersch che questa volta dirige a quattro mani, dopo aver condiviso la scrittura del film che ha lanciato la carriera di entrambi. 

Parlando di spazi, i due hanno scelto un formato “quadrato” per rappresentare visivamente questa storia, allontanandosi volutamente dal panoramico nato per le ampiezze degli scenari western e diventato il campo visivo preferito per mettere in valore la natura predominante. Uno sguardo che non abbraccia, quindi, ma mette in risalto la verticalità di luoghi impossibili da riprendere nella loro interezza. Una delle poche scelte che non ci ha convinto di un adattamento capace di valorizzare una storia struggente e suggestiva, aumentando la natura sincopata della narrazione caratteristica del romanzo, fatta di brevi incontri di rara intensità spalmati in anni di vita lasciati fuori campo. Due uomini che devono decidere se contrastare o cavalcare l’eredità dei loro padri. Restare nel loro habitat, come la vegetazione o gli animali, che siano di montagna o di città, o uscire dalla zona di conforto, conoscere la natura o altre montagne? Bruno resta sempre, Pietro va e viene, per tanti anni va solamente e viene di nuovo solo per lasciare da parte il resto per qualche mese, rispondere al richiamo dell'amico in crisi, avventurandosi anche nell’inverno che i due non hanno mai condiviso in quota, per capire se il loro rapporto ha ancora il sacro fuoco di un legame per la vita.

Le otto montagne è un racconto sul tempo che passa, quello che ha disegnato le forme delle cime e conservato traccia del proprio passaggio nelle stratificazioni delle nevi eterne di un ghiacciaio. Scandito dalle parole di Cognetti che accompagnano la narrazione, è onesto e impietoso come la montagna e due amici che rispettano i reciproci spazi e la libertà di un forestiero e di un nativo. Un rapporto messo alla prova per tutta una vita dal suo essere tanto, se non tutto, ma solo in quei luoghi, in montagna, incorniciato da porte malferme, legno e pietra, pratoni e ghiacciai. L’evasione stagionale dopo grigi inverni sognando un altrove, il cercatore curioso che insegue sempre un nuovo orizzonte, alle prese con il testardo che scala solo verso l’alto, e non conosce altro che il cielo visto sempre dalla stessa montagna.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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