La vita straordinaria di David Copperfield: la recensione

08 ottobre 2020
3.5 di 5

Armando Iannucci firma una divertente e intelligente rilettura del classico di Charles Dickens. La recensione di La vita straordinaria di David Copperfield, di Federico Gironi

La vita straordinaria di David Copperfield: la recensione

Il David Copperfield di Dev Patel se ne va in giro con una scatolina dentro la quale conserva gelosamente frasi, definizioni, parole che fin da bambino scrive su pezzettini di carta e mette via. Una scatolina più importante di uno scrigno di gemme.
Il David Copperfield di Dev Patel, per aiutare Mr. Dick a liberarsi dalla sua ossessione per le vicende di Carlo I d’Inghilterra, che gravano su di lui deprimendolo e spegnendolo, gli fa attaccare tutti i suoi disegni del sovrano decapitato e tutte le note sulla vicenda scritte di suo pugno su un aquilone; e quando l’aquilone si libra in cielo, ecco che la mente di Mr. Dick si libera dal peso delle sue ossessioni ricorrenti.
Sta qui, in questi dettagli fondamentali, il senso e il valore di La vita straordinaria di David Copperfield, molto di più che non nelle tante libertà che Armando Iannucci si è presto rispetto al testo originale di Charles Dickens, o alle idee di messe in scena quasi alla Michel Gondy, che messe insieme fanno del film una versione del romanzo che è dinamica, moderna, inventiva, eppure rispettosa al tempo stesso.

Certo, La vita straordinaria di David Copperfield trova una nuova strada per raccontare la storia di Dickens, e farla vibrare di avventura e divertimento e novità, e questo è un valore.
Certo, è scritto molto bene, è divertente, è originale e coraggioso (c’è pure un momento alcoolico, con Patel e Aneurin Barnard, ovvero Copperfield e Steerforth, che assomiglia un po' a una scena di Withnail & I).
Certo, il cast è di ottimo livello: si sa, gli attori inglesi; e Dev Patel, ma soprattutto Tilda Swinton, Hugh Laurie, Peter Capaldi. E Daisy May Cooper e Paul Whitehouse. E Benedict Wong!
Ma tutto questo passa in qualche modo in secondo piano rispetto a quei fogliettini, e a quell’aquilone.

Prima di ogni cosa, infatti, quello di Iannucci è un film sul valore e l’importanza fondamentale della parola, parola che nasce dal pensiero, e pensiero ridiviventa, e quindi diventa racconto, invenzione, realtà. Vita. La parola e pensiero che possono essere liberazione o ossessione, via d’uscita o prigione.
Le parole attraverso le quali si può riscrivere - letteralmente - la propria storia. Almeno in parte (e Dora lo sa bene).
Non a caso La vita straordinaria di David Copperfield si apre e si chiude in un teatro, con il protagonista che inizia leggere al pubblico presente la sua storia, per poi concluderla e congedarsi. Tutto, nel film di Iannucci, è pura narrazione (storytelling, direbbe Baricco); una narrazione ostentata, ricordata, esibita.
Una narrazione basata su se stessa, e sulla sua potenza. Sulla forza potenzialmente rivoluzionaria della parola, e dei racconti e della realtà che queste parole possono costruire, se usate con umanità, generosità, empatia. E abilità, certo. Dimostrazione che, attingendo al meglio della natura umana e della sua capacità di plasmare la realtà, si può migliorare il mondo.

In tempi in cui la parola è svilita e abusata, e spesso costruisce orrori invece che bellezza, ricordare la sua importanza, e la sua capacità di creare qualcosa di edificante, di esaltare quanto di buono c’è nel prossimo e nella vita, quello di Iannucci è un gesto da applaudire.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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