La vita davanti a sé: la recensione del film che segna il ritorno al cinema di Sophia Loren

05 novembre 2020
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Diretta dal figlio adorato Edoardo Ponti, Sophia Loren è costantemente al centro de La vita davanti a sé nei panni di Madame Rosa, un'anziana che accoglie un bambino immigrato con cui nascerà un'amicizia inusuale e sincera.

La vita davanti a sé: la recensione del film che segna il ritorno al cinema di Sophia Loren

Due figure camminano per una città del sud, con il mare sempre presente, non appena la macchina da presa allarga la sua inquadratura. Una signora anziana, Madame Rosa, elegante e truccata a ricordare un passato intenso, mano nella mano con un bambino africano, dal ghigno deciso e il sorriso tenero come la sua giovane età. Ha voluto tornare in scena, Sophia Loren, con un film da protagonista, dopo tanti anni, tenendo idealmente la mano a un giovane, quasi a sostenere i futuro senza lasciarsi coinvolgere troppo dai ricordi del passato. Lo ha fatto soprattutto, tenendo idealmente la mano del figlio Edoardo Ponti, regista e sceneggiatore, insieme a Ugo Chiti, de La vita davanti a sé, nuovo adattamento del romanzo omonimo di Romain Gary, pubblicato in Italia da Neri Pozza, con un personaggio già portato sullo schermo nel 1977 da Simone Signoret, con tanto di César e David portato a casa.

In questa nuova versione abbandoniamo gli anni ’70, oltre alla centralità dell’esperienza dell’Olocausto per Madame Rosa, sopravvissuta ai campi, ex prostituta ebrea. Qui al centro c’è il rapporto prima conflittuale e poi sempre più intimo, capace di costruire una inusuale eppure profonda amicizia, con un ragazzino senegalese che vive, solo, a Bari. Siamo ai giorni nostri, in un luogo geografico in cui confluiscono etnie, religioni ed esperienza diverse. Momo, questo il nome del dodicenne, interpretato con talento naturale dall’esordiente Ibrahima Gueye, è irrequieto, iperattivo e molto intelligente; dopo la morte della madre se la cava con piccoli furti e studia la città per emergere come piccolo imprenditore di strada. Un medico, il dottor Cohen (Renato Carpentieri), lo porterà da Madame Rosa, dopo che la salute non le permetterà più di prendersi cura di lui. Due scetticismi si ritroveranno, e dopo l’ovvia respingenza iniziale da copione, impareranno a conoscersi e apprezzarsi. Lo scetticismo di chi ne ha viste tante da averle ancora tatuale sul braccio, e di chi ha già capito di non potersi fidare di nessuno.

È questa amicizia, si diceva, il cuore de La vita davanti a sé, con il tempo a fare da beffardo monito, in un’ideale staffetta fra chi ne ha ancora poco e chi lo affronta senza una guida che glielo possa far mettere a frutta al meglio, eticamente parlando. È infatti anche una parabola di buoni sentimenti, messa in scena con attenzione e cura formale, con evidentemente in testa e nel cuore i grandi classici del neorealismo che hanno fatto amare nel mondo il nostro cinema. Di tempo, però, ne è passato molto, e La vita davanti a sé confonde la semplicità talvolta con il didascalismo, in un ritratto di buona retorica che rimane in superficie, sempre sospeso in aria, mai riuscendo a problematizzare conflitti e convivenze. 

Una favola nobilitata dal carisma arcigno di una Loren che torna a interpretare un personaggio popolare e popolano, che non sarebbe sfigurato nei suoi anni d’oro. Perché è anche una storia d’amore fra una madre un figlio, questa, quella fra un’icona del cinema mondiale e suo figlio che vuole riportarla sul set un’altra volta, dopo tanti anni, in cima a un terrazzo sferzato dal vento come i panni stesi al sole; il sole e il mare di un sud che in fondo non esiste più.

La vita davanti a sé
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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