La proprietà non è più un furto: recensione di un film ancora attuale con la nascita di un grande attore

21 febbraio 2020
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Ripensiamo con gli occhi di oggi il film del 1973 con cui Elio Petri e Ugo Pirro concludono la loro splendida "trilogia della nevrosi". Emoziona nel suo primo ruolo protagonista Flavio Bucci, contrapposto a un feroce Ugo Tognazzi.

La proprietà non è più un furto: recensione di un film ancora attuale con la nascita di un grande attore

Nel 1973 esce l'ultimo, folgorante capitolo della cosiddetta trilogia della nevrosi, diretta da Elio Petri e da lui scritta assieme ad Ugo Pirro. La proprietà non è più un furto mette un suggello ad un trittico ancora oggi attuale e stimolante, iniziato nel 1971 col capolavoro Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Oscar per il miglior film straniero e Gran Premio della Giuria a Cannes) e proseguito nel 1972 con La classe operaia va in paradiso (Palma d'oro). Accolto tiepidamente quando non negativamente dalla critica dell'epoca, è un film che rivisto oggi si afferma invece come uno degli apologhi più riusciti del grande regista romano, maestro del cinema civile, e di una stagione del nostro spettacolo in cui c'era un folto pubblico disposto a pagare il biglietto per essere stimolato intellettualmente e spinto a riflettere, oltre che divertito. Solo tre anni dopo l'uscita di questo film il filosofo Erich Fromm avrebbe parlato della necessità di un nuovo umanesimo nel suo famoso saggio “Avere o essere?”, a dimostrazione che il tema affrontato da Petri non è più solo politico quanto morale.

La scelta vincente del regista - oltre alla scrittura provocatoria e a tratti grottesca, alla rottura della quarta parete e ai rimandi al teatro brechtiano - è ancora una volta quella degli interpreti, a partire dalla decisione di affidare il ruolo principale a un attore appena 25enne, Flavio Bucci, che proprio grazie a lui aveva esordito al cinema con un ruolo minore in La classe operaia va in Paradiso. Quattro anni prima della sua epocale performance nel televisivo Ligabue, il giovane Bucci, con la sua magrezza, i grandi occhi rotondi e la perfetta padronanza della voce, del volto e del corpo, indossa come una seconda pelle la nevrosi, la voglia di rivalsa e l'ossessione di un impiegato povero perché onesto, esasperato dalle ingiustizie sociali e determinato a farla pagare al ricco burino, disonesto, cafone e volgare, incarnato con sgradevole perfezione (accento romano incluso) dal Macellaio di Ugo Tognazzi. Assistiamo con emozione, vedendo il film, non solo ad un'opera che ancora ci parla, raccontando il suo presente come il cinema italiano sembra aver disimparato a fare, ma anche alla nascita di un grande artista, fedele per tutta la vita alla definizione di “genio e sregolatezza”, e che senza la passione folle per la libertà, declinata fino all'autolesionismo, avrebbe potuto essere (e per certi versi lo è stato) il più grande di tutti.

La storia, riassunta in breve, è quello del ragionier Total ( nome perfetto ed evocativo!), figlio di bancario e cassiere in una banca che ha l'aspetto di una cattedrale, diventato allergico fisicamente ai soldi a forza di contarli. A fare regolari e ingenti versamenti è un macellaio, ossequiato dal direttore e da tutti gli impiegati, che ricompensa con tagli di carne. Quando quest'ultimo chiede un credito di 400 milioni, ottenendo la promessa di riceverlo a breve, Total chiede a sua volta un prestito di 10 milioni, portando come garanzia l'onestà sua e del padre prima di lui e ricevendo in cambio un rifiuto e una risposta beffarda (“la banca è per chi ha, per i poveri c'è il Monte di Pietà”). Dà quindi le dimissioni bruciando con gesto sacrilego una banconota e decide di perseguitare il nemico, il Macellaio, derubandolo e diventandone l'incubo. Capiamo subito che Total ha le velleità di un ribelle, ed è bravo a complicarsi la vita, quando lo vediamo entrare nel suo appartamento la prima volta, non - come farà poi - percorrendo i portici di piazza Vittorio e salendo in ascensore ai piani alti dell'antico palazzo Umbertino, ma arrampicandosi su per i tetti. Il resto della storia ci dimostrerà quanto la sua lotta contro il nemico sia inutile, complicata e, appunto, velleitaria.

Fin dai titoli di testa – coi ritratti dei protagonisti circondati dai soldi, opera del pittore di Renzo Vespignani, su cui voci sussurranti coniugano il verbo verbo avere, per proseguire con l'inizio in cui il protagonista (come faranno poi gli altri personaggi) su uno sfondo nero, chiama direttamente in causa il pubblico, La proprietà non è più un furto dichiara chiaramente la sua natura di pamphlet polemico, che tante critiche negative gli valse all'epoca, per il suo nichilismo sull'immutabile struttura di una società che nemmeno la lotta di classe sembra in grado di cambiare. I ladri che rubano apertamente - come dice il Paco di Gigi Proietti nel finale, pronunciando l'elegia funebre per il collega – servono, perché danno lavoro a tantissima gente (dai fabbri agli inventori di sistemi antifurto, ai tutori dell'ordine e ai carcerieri) e soprattutto sono utili a coprire la maggioranza che ruba e froda di nascosto, servita e riverita, come il Macellaio. La dignità del ladro è quella di svolgere un mestiere alla luce del sole e dunque onesto. A rappresentare la categoria e la differenza tra un professionista e un dilettante è lo straordinario Albertone di Mario Scaccia, uomo-donna che si esibisce nei teatri off circondato da giovani complici che sembrano ragazzi di vita, mentre recita l'nno al Fallo “Er padre de li Santi” del Belli. La Roma vera e sanguigna è al tramonto, e la rivolta del “marxista mandrakista” (“rubo soltanto quello che mi serve”) Total è la sterile vendetta del piccolo borghese, che dopo averne causato la rovina, soccomberà non a caso al vorace appetito di chi vorrebbe essere eterno come i soldi, quella nuova borghesia che ha come motto “l'uomo è carnivoro” e che soppianterà con la sua ignoranza e il suo cattivo gusto la cultura e il decoro della vecchia (espressi nel film dal personaggio del padre del grande Salvo Randone).

Se qualcosa si può rimproverare a un film quasi perfetto è, paradossalmente, la densità della scrittura, che non dimentica nessun organismo del corpo sociale: non mancano all'appello né l'(auto) analisi della condizione di donna oggetto fatta dall'amante del Macellaio, Daria Nicolodi, né la crisi della polizia che non si fida più neanche di se stessa, espressa dal commissario di Orazio Orlando o la paranoia dei ricchi nella bellissima sequenza della mostra degli antifurti e dei sistemi di difesa della proprietà. Ma, come dicevamo all'inizio, La proprietà non è più un furto è un film che arriva dal passato per parlare all'oggi con profetica acutezza intellettuale: l'invidia, dice esplicitamente, è espressione dell'odio di classe, che è a sua volta egoismo, quindi innocuo, e sentimento fondante della religione della proprietà. Se è cambiato qualcosa, dai tempi in cui il nostro cinema ci raccontava la strada e i movimenti sociali, con l'ausilio di autori, artisti e tecnici straordinari, vuol dire che non ce ne siamo accorti. Oppure in quasi 50 anni tutto è cambiato perché tutto restasse come prima, o forse non vogliamo ammettere che la società, il mondo e perfino il cinema siano cambiati in peggio. E questo un pessimista lucido come Petri lo avrebbe sicuramente riconosciuto.

La proprietà non è più un furto
Clip Ufficiale della versione restaurata HD


  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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