La bella e la bestia, la recensione dell'originale film animato premiato con l'Oscar

03 gennaio 2020
4 di 5

Due registi al loro debutto totale, una scommessa su una storia meno ingenua, un trionfo.

La bella e la bestia, la recensione dell'originale film animato premiato con l'Oscar

La fiaba “La bella e la bestia” era stata scritta da Jeanne-Marie Le Prince De Beaumont a metà del '700 e già aveva attirato l'attenzione di Walt Disney, per ben due volte: negli anni Trenta e negli anni Cinquanta. Come tanti altri progetti, non si era mai concretizzato, e destino volle che il film divenisse realtà proprio quando il Rinascimento Disney degli anni Novanta era appena iniziato, con una Sirenetta che due anni prima aveva risvegliato il botteghino nei riguardi dell'animazione. Un momento perfetto che avrebbe reso fiero Walt Disney, perché con La bella e la bestia nel 1992, per la prima volta, un cartoon ottenne la nomination all'Oscar come miglior film, giocandosela alla pari del cinema dal vero. Un sogno che Walt aveva da sempre coltivato.

La bella e la bestia forse deve la sua carica rivoluzionaria nel canone animato disneyano anche ai suoi due registi attivi in precedenza sugli storyboard: Gary Trousdale & Kirk Wise, esordienti totali che, all'epoca fece scalpore, insieme non avevano in quel momento nemmeno sessant'anni. Fu il simbolo definitivo della meritocrazia, sostenuta dall'allora CEO dell'animazione Disney, Jeffrey Katzenberg. C'è tanto di dirompente in La bella e la bestia. Narrativamente è sì una fiaba, ma potenziata dalla sceneggiatrice Linda Woolverton in una chiave femminista più contemporanea senza la quale sogneremmo oggi Anna ed Elsa in Frozen. Belle è anticonformista e deve cercare un principe sotto la superficie di un'orrenda Bestia: è persino più sola della sua controparte nella fiaba, che ha come antagoniste delle sorelle crudeli alle quali vuole per giunta forzatamente ancora del bene. Se Ariel si ribellava al genitore, Belle è addirittura sullo stesso livello del babbo Maurice, ne condivide il destino di paria di una società stupida, che non accetta né diversità né creatività. Indescrivibile quanto abbia messo del suo percorso esistenziale nel racconto il coproducer Howard Ashman, autore dei testi di tutte le canzoni, morto di AIDS prima di vedere il film finito, due anni prima che Hollywood guardasse all'omosessualità con Philadelphia.
Nodale in questo sommovimento dei classici ruoli fiabeschi è il villain, che non corrisponde più al brutto: Gaston è quello che in altri lungometraggi disneyani, con modi più gentili, sarebbe stato il principe azzurro. Qui la bellezza è ingannevole, sia perché copre l'animo meschino di Gaston, sia perché – in un processo commuovente – rallenta la comunanza tra Belle e la Bestia, intimidito da fattezze di cui, da principe sfigurato, non si sente più all'altezza. Che lezione, per un cartoon rivolto “ai bambini” (per chi ancora credesse a un pubblico di riferimento così ristretto).

Anche se chi scrive ritiene che lo splendore tecnico-artistico del nuovo team Disney sarebbe sbocciato pienamente con Aladdin, la qualità estetica del film non è da meno del suo racconto e della sua identità di musical compiuto. I servitori del principe trasformati in suppellettili portano tutti gli animatori Disney a recuperare le operazioni più sofisticate delle grandi matite dello studio negli anni Cinquanta: se si è appassionati Disney, è difficile non associare personaggi entrati nell'immaginario collettivo come Lumiere e Tockins ad alcuni momenti più visionari di Alice nel paese delle Meraviglie. C'è qualche incertezza nella resa di Belle, un po' discontinua nel tratto, divisa tra due capi-animatori che disegnarono in luoghi diversi (James Baxter e Mark Henn), ma c'è poco da recriminare quando in un film ci si trova davanti alla Bestia animata e ideata da Glen Keane: Glen si recò allo zoo per l'ispirazione e l'osservazione, così come fecero i suoi mentori all'epoca di Bambi. Unica differenza: fuse le ispirazioni in un corpo solo, abbastanza imponente da risultare minaccioso, abbastanza emotivo da essere indimenticabile.
Tecnica e note si sposano inoltre alla perfezione. Se non vi bastasse la trascinante “Be Our Guest / Stia con noi”, cantata e ballata da piatti, bicchieri e posate, premiata con l'Oscar insieme alle musiche di Alan Menken, dovreste sciogliervi nella scena della canzone del titolo, nella sala da ballo. Un salone protagonista di un movimento di macchina vertiginoso e rotatorio, realizzato in computer grafica da uno sparuto gruppo di alchimisti del digitale. Si facevano già chiamare “Pixar”.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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