L'Uomo Invisibile: la recensione dell'horror di Leigh Whannell

02 aprile 2020
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Il personaggio inventato da H.G. Wells, e protagonista di una fortunata serie di film iniziata negli anni Trenta, torna sotto forma di metafora dello stalking e della violenza maschile nell'era del #MeToo. Divertimento e tensione non mancano, un po' di spessore sì.

L'Uomo Invisibile: la recensione dell'horror di Leigh Whannell

Fare oggi della storia secolare dell’Uomo invisibile una metafora super-esplicita dello stalking e della violenza maschile sulle donne (soprattutto di quelle domestiche, o psicologiche, e quindi invisibili agli occhi della società), è una trovata tanto ovvia da risultare quasi geniale. O viceversa, se volete.
E però, proprio perché tutto è così evidente e dichiarato - paradossalmente, tutto così visibile - viene da chiedersi se questo buon thriller-horror di Leigh Wannell, che l’ha scritto e diretto, sarebbe stato salutato con lo stesso trionfo critico che ricevuto negli USA e non solo se non vivessimo nell’era del #MeToo.
Non che ci sia nulla di male nella capacità di sintonizzarsi con lo spirito del tempo, tutt’altro. Ma una cosa è coglierlo in via quasi istintuale, altra è accordarvisi in maniera programmatica. E, soprattutto, finendo col trascurare un po’ la cura del cinema per stare appresso al tema.

L’uomo invisibile ha la capacità di agganciare l’attenzione dello spettatore già dai primissimi minuti: dai bei titoli di testa, che diventano visibili sono quando le onde del mare s’infrangono su in scoglio, bagnando scritte altrimenti invisibili, e dalla sequenza iniziale, che vede la Cecilia di Elizabeth Moss fuggire nottetempo dalla bellissima villa di design del suo compagno Adrien, che scopriremo essere un ricchissimo genio dell’ottica manipolatore e violento.
E i 124 minuti della sua non proprio contenuta durata, scorrono via senza grandi intoppi né momenti di stanca, tenendo sempre piuttosto alto il livello della tensione e divertendo gli appassionati del genere con una manciata di sequenze di notevole effetto.

Whannell, coadiuvato dal direttore della fotografia Stefan Duscio, regala al suo film un look elegante e nitido, quasi geometrico, soprattutto per la prima ora, quella che è indubbiamente quella più riuscita ed efficace.
È la parte in cui Cecilia, apparentemente libera dall’incubo di Adrien, trovato morto suicida in casa sua, si rende conto che l’ansia che prova nel sentirsi sempre osservata e braccata non è solo tutta nella sua testa. La parte in cui la macchina da presa di Whannell si muove, anche in maniera mediamente elaborata per un film di questo genere, a esplorare spazi vuoti, stanze, corridoi, angoli che sembrerebbero vuoti, ma che vuoti, forse, non sono.

Quando poi di dubbi di Cecilia diventano certezze, ma solo per lei, e il film si va a concentare su un tema archetipico - al cinema e nella vita - e qui centrale: quello della donna che non viene creduta e ritenuta mitomane, instabile o completamete pazza per via dell’agire del suo persecutore. Gaslighting, lo chiamano gli americani.
Dato che al tempo stesso il gioco di Adrian diventa sempre più scoperto, perlomeno agli occhi dello spettatore, ecco che più che di regia L’uomo invisibile diventa un film d’attore. Anzi d'attrice, aggrappandosi in tutto e per tutto a Elizabeth Moss, perfetta nel ruolo della vittima resa isterica e poco credibile dal suo aguzzino invisibile, eppure a un certo punto, letteralmente rinchiusa in manicomio, capace di riscattarsi e addirittura ordire un piano di vendetta.

Poi funziona anche abbastanza bene la sottotrama che vede protagonisti il padre e la figlia che ospitano Cecilia in casa loro, e c’è un bel colpo di scena che riguarda il personaggio della sorella della protagonista, più o meno a metà film, che sarà uno snodo importantissimo della vicenda.
Allo stesso tempo, però, il problema del film è che tutto quello che dice e racconta è tutto continuamente dichiarato, ben piazzato nell’evidenza della superficie, perfino quella formale. Anche nel modo in cui Whannell racconta il ruolo delle tecnologie (soprattutto delle videocamere) nella vita dei suoi personaggi, e metaforicamente in quella di tutti noi.
Lo stesso finale, perfettamente coerente col disegno originale di un film sullo stalking nell’era del #MeToo, e pure ben congegnato, è talmente spiattellato in faccia allo spettatore nei suoi significati da risultare quasi sfacciato.

Un’ultima annotazione, decisamente personale. Non ho nulla di nulla contro il cinema dell’implausibile, quello che sia talmente efficace nel raccontarmi una storia e farmici finire dentro tanto da farmene fregare delle cose che nella realtà sarebbero stonate o improbabili, o perfino impossibili. Non me ne importa niente se la sceneggiatura, nel cinema di genere, presenta qualche incongruenza, o se mi prende un po’ per cretino, se poi sono così coinvolto da non accorgermene nemmeno, almeno il prima battuta.
Purtroppo, però, troppo spesso guardando L’uomo invisibile più di una volta ti vien da pensare che quel personaggio non dovrebbe per niente agire o reagire in quel modo, o che basterebbe fare quella cosa per risolvere quella questione, o che di quella cosa lì si sarebbero dovuti accorgere tutti. E l’incanto della visione si spezza.
Fortunatamente, Whannell riesce sempre a riprendere lo spettatore per il bavero, e riportarlo dentro la storia con qualche buon accorgimento. Il pensiero che con qualche attenzione in più tutto sarebbe filato meglio e più liscio, rimane però lì a galleggiare nella testa.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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