L'uomo del Labirinto: recensione del thriller con Toni Servillo e Dustin Hoffman

29 ottobre 2019
3.5 di 5
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Donato Carrisi torna alla regia adattando un suo romanzo e ci trascina in un viaggio nelle profondità e negli orrori del nostro inconscio.

L'uomo del Labirinto: recensione del thriller con Toni Servillo e Dustin Hoffman

"Il mio scopo" - scrive Donato Carrisi nelle note di produzione de L'Uomo del Labirinto - "è sempre stato scrivere romanzi che sembrano dei film e fare dei film che assomigliano a un romanzo". Che i libri dell'autore de "Il gioco del suggeritore" abbiano un ritmo scattante, dialoghi serrati, poche digressioni e quindi uno stile fortemente visivo, o cinematografico, è fuori discussione, anche perché Carrisi, prima ancora di diventare scrittore, è stato sceneggiatore. Quanto al secondo obiettivo, la coraggiosa messa in scena e l'universo in cui l'opera seconda del regista ci trascina dimostrano che è stato raggiunto, eccome se è stato raggiunto. E’ vero che un cattivo con la testa di coniglio - che rimanda al Bianconiglio di "Alice nel paese delle meraviglie", all'Harvey dell'omonimo film con James Stewart e ai coniglietti di David Lynch - è perturbante nel senso psicanalitico del termine, e quindi non familiare perché oggetto di rimozione, ma Donato Carrisi avrebbe comunque potuto seguire la sicura strada del realismo, già percorsa con La ragazza nella nebbia, e dirigere un noir cupissimo e "limaccioso", nero come la pece e buio come una vecchia segreta. E invece, oltre a muoversi fra l'indagine di Bruno Genko, che cerca il rapitore di Samantha Andretti (Valentina Bellé), e l'interrogatorio del profiler Green, che fruga la mente della ragazza, il regista mette in scena le sue paure di bambino con la consapevolezza che molte di esse sono anche le nostre, perché chi di noi non ha mai temuto di finire tra le fauci di una creatura spaventosa?

Carrisi mette in scena le sue paure portandoci in mondi sotterranei o comunque ermeticamente chiusi (il labirinto, appunto, la stanzetta del custode di una chiesa, la cantina di una casa-famiglia, un angusto e claustrofobico Ufficio Persone Scomparse) che rimandano all'immaginario horror, all’Inferno dantesco, a fiabe come Hansel e Gretel, ad atmosfere kafkiane e anche a Il silenzio degli Innocenti. Lo fa "chiedendo permesso", nel senso che non si autocompiace del suo affresco rosso chiaro, rosso scuro e marrone, né si abbandona a virtuosismi registici. Semplicemente, come ogni regista "di paura", guarda anche al fuori-campo, all’invisibile, alle stanze dov'è appena passato il mostro, alle catapecchie nelle quali si è da poco nascosto, al bosco dove forse si cela. Inoltre, diligentemente segue gli accadimenti del suo libro e a ogni personaggio dà una sua musica (anche interiore) e un suo passo, e un suo carcere, ovviamente, e un'ossessione, mentre tutt'intorno la calura non dà tregua e il sudore imperla la fronte di assassini, poliziotti e detective: di Genko in primis, che sa di dover morire e va di fretta (proprio come il Bianconiglio) e odora di sudore.

Ecco, c'è qualcosa di molto "organico" e carnale ne L'uomo del Labirinto, dove i corpi sono malati, martoriati, il sangue esce copioso dalle ferite e la decomposizione avanza rapidamente. Non sembra esserci tempo per la compassione e nemmeno per la bontà, perché i buoni restano poco in scena e la morte non guarda in faccia nessuno. E non c'è tempo, putroppo, per soffermarsi proprio su tutti personaggi e comprendere il loro mistero. Chi non ha letto le 390 pagine del romanzo di partenza, forse sentirà il desiderio di saperne di più del Simon Berish di Vinicio Marchioni e di Linda, la prostituta triste con il volto di Caterina Shulha, e correrà il rischio di perdere qualche passaggio e si smarrirà nelle tortuose vie e viuzze di una trama su cui il lettore può tornare più e più volte mentre lo spettatore no. Eppure, dall’ombra degli anfratti di un non luogo che è anche città fantascientifica e casetta da favola nera, e in un non tempo in cui gli anni duemila si incrociano con i Settanta, Ottanta e Novanta, si fanno strada, per stagliarsi contro l’orizzonte, tre protagonisti monumentali: Genko con i suoi abiti stazzonati e la sua andatura sempre più sbilenca e un che di chandleriano, Samantha con i suoi ricordi agghiaccianti e le sue labbra screpolate e il Dottor Green con il suo fare mellifluo e ambiguo e la sua voce pacata. La partita si gioca fra il primo e il terzo, e, con Toni Servillo da una parte e Dustin Hoffman dall’altra, si conclude, "attorialmente" parlando, con un punteggio pari. Entrambi i personaggi cercano la verità, e anche noi che non siamo, come in un giallo hitchcokiano, in una posizione di vantaggio rispetto ai protagonisti, cerchiamo la soluzione all'enigma. La troveremo? Chissà…

E’ un curioso (e palpitante) "animale" L’uomo del Labirinto, un film difficile da giudicare perché quasi stordisce pieno di "cose" com'è. Non sarà perfetto, ma c'è grande sincerità nel lavoro di Donato Carrisi, oltre al tentativo riuscito di farci tornare a quando eravamo bambini e pensavamo che sotto i nostri letti si annidasse il male. Il male non se n’è mai andato, ladies & gentlemen. Siamo noi che l'abbiamo dimenticato.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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