L'ospite: la recensione del film di Duccio Chiarini

13 agosto 2019
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L'amore e la precarietà, la vita di una generazione, raccontata con grazia ed equilibrio non comuni. Con attenzione alla tenerezza e alla pietà, virtù di cui oggi c'è più bisogno che mai.

L'ospite: la recensione del film di Duccio Chiarini

“Che facciamo?”, chiede Guido, il protagonista interpretato da Daniele Parisi, all’inizio del film. Lo chiede alla fidanzata Chiara di fronte al un preservativo che si è rotto, certo, ma in qualche modo lo chiede a sé stesso, e a noi spettatori.
Che fare? Cosa si deve fare in questo mondo qui in cui viviamo, noialtri che abbiamo tra i trenta e i quarant’anni (ma pure di più), e che siamo una generazione schiacciata, e resa inerme da una precarietà che non è solo lavorativa, banalmente contrattuale, ma prima di tutto esistenziale? Come lo facciamo il passo verso qualcosa di più?
Se la prospettiva di una gravidanza indesiderata manda Guido (ma soprattutto Chiara) nel pallone, e li fa entrare in crisi, è perché il terreno su cui camminano come coppia e come singoli è troppo friabile per piazzarci il peso di una vita in più senza rischi di smottamento. E perfino chi, come magari l’amico Dario, sembra vivere una situazione economica e professionale stabile, la precarietà ce l’ha nell’anima, e nei rapporti sentimentali.
Non è questione di lavoro. Non solo. È qualcosa di più sottile, di più diffuso, di più pervasivo. Qualcosa che ha reso una generazione - quella che butta via invece di aggiustare, come dice la mamma di Guido - da un lato incurante e dall’altro piena di patemi e di timori.
Guido è insicuro con Chiara, remissivo con la baronessa universitaria per cui fa lo schiavo, ipocondriaco. Eppure è anche capace di un orgoglio e di una forza magari morbidi, ma efficaci: come certe sue alzate di testa, certe ribellioni che sono doverose e praticate, ma mai esplosive.

L’ospite è allora un film generazionale, sì, ma non in maniera ingenua o, peggio, ottusa.
Non c’è retorica vuota e autoassolutoria, non c’è vittimismo, né ribellismo tardo-adolescenziale. C’è solo la voglia di fare i conti con la situazione, e di reagire, per quanto provati, sperduti, e stanchi.
Guido è un quasi quarantenne che è costretto dalle cose della vita a fare i conti col lavoro, con l’amore, con l’amicizia e con la famiglia come mai prima gli era capitato. e forse perché era lui a non averlo fatto capitare, a essere stato sempre ben attento che quel confronto non avesse luogo. Come il Palomar di Calvino, che va studiando da anni, deve rimettere in discussione ogni prospettiva. E, come il protagonista de “L’isola di Arturo”, deve imparare la pietà come strumento per capire gli altri, e sé stesso, e arrivare alla tanto agognata - forse - maturità.

Ci sono scene, nel film di Duccio Chiarini, in cui Guido ha reazioni morettiane di fronte alle immaturità sentimentali dei suoi amici, e della sua Chiara. Del Moretti di Bianca da un lato, e di quello di La messa è finita dall’altro. Reazioni simili a quelle di Michele Apicella, o di Don Giulio, ma senza lo stesso assolutismo, senza la stessa acredine, senza la nevrosi e senza, in fondo, nemmeno lo stesso moralismo. Senza la stessa forza ideale.
Perché alla generazione di Guido non è permesso avere quella forza lì, e forse nemmeno la vuole avere. Perché il mondo è diverso, le condizioni sono diverse, e loro sono diversi. A Guido in fondo basta il suo vecchio divano, quello che non aveva i soldi per cambiare ma che gli piaceva lo stesso, per sentirsi a casa e in pace con sé stesso, e con gli altri: o perlomeno impara che gli può bastare quello. Simbolicamente, e come punto di ripartenza, mica per spiaggarvisi inerte.

Nelle mani di un altro regista, L’ospite sarebbe stato un film molto diverso. Non è un’ovvietà: è solo che la stragrande maggioranza dei registi italiani, con in mano un copione del genere, avrebbe trasformato tutto in un melodramma urlante, o in una storia patetica e rabbiosa, carica di sentimenti di rivalsa, o in una farsa dove i rapporti tra uomini e donne, e figli e genitori, avrebbero assunto toni acri o perfino grotteschi.
Come già in Short Skin, invece, Duccio Chiarini sembra possedere quello stesso incedere morbido ma non remissivo del suo Guido, e ha la capacità di giocare con le sfumature dei toni mantenendo un equilibrio che è il contrario dell'anonimato, ma al contrario il sintomo di una personalità registica forte e priva di paure.
Un sintomo che è confermato anche dalle scelte di casting che non guardano al potenziale mediatico, ma alla qualità della recitazione (e Daniele Parisi, Silvia D’Amico, Anna Bellato, Thony, Sergio Pierattini, Milvia Marigliano, Daniele Natali e Guglielmo Favilla qualità ne garantiscono a pacchi); dal ritratto di una Roma che non è né troppo turistica né troppo periferica, né troppo anonima né troppo riconoscibile; dalla capacità di passare dal sorriso e la battuta morbida ma fulminante alla sospensione dove sono l’immagine e il gesto, più che parola, a farla da padroni.

E allora, forse, il sentimento più forte e più pervasivo del film di Duccio Chiarini, è un sentimento che - coi tempi che corrono - dovremmo tenerci più che stretto, e assai di più in considerazione. È la tenerezza.
La tenerezza che nasce dalla pietà e dalla comprensione, che sta nei gesti, nelle parole, nei comportamenti e negli sguardi: come quelli che Guido lancia agli studenti delle medie cui finisce a far supplenza.
La tenerezza di cui parla la Roberta di Thony di fronte ai boxer comprati a Guido dalla mamma, dopo un incontro amoroso finito male perché nemmeno iniziato: “Belline le tue mutande, fanno tenerezza,” gli dice. “Non è proprio il massimo,” risponde Guido. “Perché? Lo dici te,” ribatte lei.
Ecco. Lo dite voi, che la tenerezza non va bene. Io me la tengo stretta. E mi tengo stretto L’ospite.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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