L'arte viva di Julian Schnabel: la recensione del documentario sull'artista americano

11 dicembre 2017
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Da non perdere il ricco documentario di Pappi Corsicato, in sala il 12 e il 13 dicembre, su una delle figure di artista contemporaneo più affascinanti e controverse.

L'arte viva di Julian Schnabel: la recensione del documentario sull'artista americano

Ogni artista è un mondo a sé, la cui vita non risponde alle regole dei comuni mortali. Per questo non è scontato che la sua personalità pubblica sia, come vorremmo, all'altezza del suo talento e della sua creatività. In molti casi – secondo l'equazione genio/sregolateza - è invece abrasiva, scostante e irritante, tanto che (dopo tutto, siamo solo umani), a volte il pregiudizio impedisce di apprezzarne a pieno l'opera. Uno di questi controversi personaggi nel mondo dell'arte è sicuramente Julian Schnabel, discussa e poliedrica star delle arti plastiche e figurative, transitata con pari successo e riconoscimenti nel mondo del cinema. Ad accompagnarci in un percorso affascinante e illuminante attraverso la sua vita e la sua opera è un bellissimo documentario di Pappi Corsicato, L'arte viva di Julian Schnabel (titolo migliore dell'americano A Private Portrait), che dopo un'anteprima di successo al Tribeca Film Festival di New York arriva nelle nostre sale in un'uscita evento di due giorni.

Grazie all'amicizia di anni e alla stima e alla fiducia reciproca, Corsicato ottiene da Schnabel il permesso negato perfino alla BBC: non solo ha accesso illimitato agli archivi dell'artista ma può riprenderlo nella quotidianità, sul lavoro, intervistarlo e documentarne i viaggi, le mostre, le vacanze, l'ipercinetica attività di uno stakanovista dell'arte e della vita, aggiungendo al ritratto che ne emerge le testimonianze di parenti stretti, colleghi e amici illustri, che da anni lo frequentano. Così facendo, l'autore riesce a bypassare l'enigmatica corazza – che tale resta – che Schnabel frappone tra sé e gli altri, quell'immagine da maraja sdegnoso e sprezzante con cui la stampa e i non intimi da sempre lo identificano. Ne nasce così un documentario anomalo, che costruisce il suo ritratto proprio su quell'empatia e affettività che sembra mancare all'oggetto della sua immagine e che invece, sorprendentemente, emerge fino a commuoverci.

Intanto per la straordinaria fisicità con cui quest'uomo abbraccia l'arte e la vita, che nel suo caso sono inscindibili: Corsicato ce lo mostra, inizialmente, mentre si getta a peso morto e senza la minima esitazione dall'alto di una torretta a picco sul mare (una scena simile, in condizioni atmosferiche ardue, avviene sul set di Prima che sia notte, lasciando di stucco Javier Bardem), e lo scopriamo atleta, a suo agio in un elemento, l'acqua, che da sempre sente suo. Lo vediamo infatti, più giovane e magro, cavalcare le onde su una tavola da surf, controllare alla perfezione un elemento che non a caso rimanda all'inconscio e a quel liquido amniotico in cui risiede, probabilmente, il segreto di una personalità creativa che al mondo mostra solo la superficie. Sempre all'inizio e alla fine, vediamo Schnabel, tenerissimo, col più piccolo dei suoi figli (ne ha sei e il divario di età della sua prole è notevole) in una tranche de vie che ci conferma quello che di lui dicono i famigliari e gli amici: quando non è assorbito totalmente dal lavoro è un uomo presente al cento per cento, che si dà senza riserve, in un andamento a singhiozzo sconcertante per una persona normale o mediamente creativa, ma che ne spiega anche il quasi magico potere d'attrazione, il carisma e lo stile di una figura elegante anche nella apparente sciatteria.

Raramente si è visto al cinema l'atto fisico della creazione con l'intensità con cui ce la mostra questo film: vediamo Schnabel astratto da quel che lo circonda seguire il filo di un discorso dettato da un'urgenza interiore mentre lavora sulle sue gigantesche tele, lo osserviamo quando con poche e rapide pennellate fa emergere prima gli occhi, poi il ritratto vivo e preciso di una donna su un quadro composto da una fratragliata superficie di piatti. Lo seguiamo mentre su quadri in apparenza perfetti, dai colori brillanti, traccia col pennello linee bianche che lo attraversano, sentieri a lui noti che evocano nello spettatore l'idea di una fuorviante ma necessaria purezza. Le scene che lo mostrano all'opera sono interessanti quanto le testimonianze e il materiale d'archivio e ci portano senza interruzione di continuità ai suoi tragici, dolorosi e viscerali ritratti d'artista al cinema (il prossimo sarà Van Gogh, con Willem Dafoe), naturale estensione di una pittura che nasce da stanze segrete e chiuse ai più.

Il suo gusto estetico al cinema si rivela più europeo che americano, la capacità di identificazione coi suoi soggetti (conosciuti di persona, nel caso di Basquiat, o scoperti grazie a un libro), parla una lingua di profondità ed emozioni che non ci attenderemmo da un uomo tanto concentrato su se stesso. Le parole di amici o collaboratori come Al Pacino, Bono, Jean Claude Carrère, Laurie Anderson, Hector Babenco, Jeff Koons, dei suoi galleristi e critici ci fanno riflettere, commuovere (impossibile restare indifferenti quando si parla dell'amicizia con Lou Reed) e spesso sorridere per le manie cinefile e gastronomiche di quest'uomo bulimico di vita, ma a conquistarci è  l'insieme contraddittorio e un po folle di una personalità che non si ferma di fronte a niente pur di realizzare i propri sogni, come dimostra la costruzione del suo palazzo rosa alto cinque piani nel mezzo di New York, in barba ai regolamenti edilizi.

Corsicato fa un piccolo miracolo nel condensare 80 ore di girato in 80 essenziali minuti, quanto basta per portarci nel mondo di un personaggio larger than life che può ricordare Orson Welles e i suoi personaggi, anche se è meno dispersivo e incompleto di loro. Sembra un film la storia di quest'uomo venerato, odiato, considerato uno dei maggiori artisti del ventesimo secolo o additato come un bluff. Julian Schnabel esce da questo bel ritratto come un uomo che ha sempre morso la vita con voracità, un artista libero e anarchico nella costruzione della propria immagine, abituato a nascondere le fragilità che trasudano da tanta “brama di vivere”. E - ciliegina sulla torta - l'empatia con cui Corsicato lo racconta ce lo rende perfino simpatico.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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