L'amore criminale - recensione del film di Denise Di Novi

23 aprile 2017
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La produttrice dei film di Tim Burton esordisce alla regia con un thriller al femminile dalla sceneggiatura densa di cliché.

L'amore criminale - recensione del film di Denise Di Novi

Julia, caporedattore di successo di una casa editrice, è una donna uscita dal trauma di una famiglia violenta e da quello di un fidanzato brutale. Ha però ritrovato l’amore con l’uomo dei suoi sogni e per questo lascia San Francisco per andare a vivere con lui, nella sua placida cittadina, prima del previsto matrimonio. Lui è divorziato da Tessa, una donna sempre perfetta, una bionda bionica, elegantissima e dallo sguardo allarmante, dalla quale ha avuto una deliziosa bambina, che la madre alleva con disciplina teutonica. Per paura di sembrare debole agli occhi dell’amato, Julia non gli ha mai parlato del suo passato, così come non gli dice che l’ordine restrittivo emesso nei confronti del suo ex è scaduto e non rinnovabile. Vive nella paura di incontrarlo di nuovo e Tessa è invadente e minacciosa, specie quando la bambina è in casa loro. Non ci vorrà molto alla prima moglie per mettere in atto un piano in apparenza a prova di bomba per spacciare l’odiata rivale.

C’è stato un decennio, tra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, in cui al cinema le avventure di una notte si trasformavano in incubi orribili, le donne fatali straziavano gli amanti col punteruolo rompighiaccio, le babysitter erano devote a pratiche di puericultura poco ortodosse e il mondo femminile nel cinema di genere era un tale manicomio da fare impallidire le protagoniste di Che fine ha fatto Baby Jane e Piano… piano, dolce Carlotta. Di tanto in tanto, però, una storia del genere viene tirata fuori da qualche vecchio cassetto, rispolverata amorevolmente e riportata alla luce sotto forma di thriller. Ora, sappiamo che Denise Di Novi – notissima produttrice dei film di Tim Burton – ha deciso di debuttare alla regia quando Amma Asante si è ritirata dal progetto assieme a Kerry Washington e Kate Hudson, ma stupisce vedere tra gli autori del copione David Leslie Johnson, che ha scritto il non pessimo Orphan, The Conjuring e qualche episodio di The Walking Dead (e che, ahimé, si prepara a riscrivere Nightmare).

Perché se c’è qualcosa che manda in tilt questo film, che pure qualche buono spunto lo ha, è la quantità di cliché che gli autori (l’altra è Christina Hodson) sono riusciti a metterci dentro. Il sottotesto interessante della storia – a cui fa riferimento il titolo italiano - è il carico di traumi e sofferenza che una donna si porta dietro dopo un’esperienza di violenza subita dall’uomo che amava e da cui credeva di essere amata. La paura di essere giudicata, il senso di colpa per non aver saputo reagire, inducono Julia a indossare una veste di sicurezza che nasconde un vero e proprio terrore di perdere quello che si è infine raggiunto, ovvero un rapporto di coppia sano e normale. Questo offre al personaggio di Rosario Dawson più materiale su cui costruire la sua performance, mentre a Katherine Heigl non resta che affidarsi a trucco, vestiti, sguardi e atteggiamenti sopra le righe per creare un personaggio di diabolica pazza, che ci sembra di aver già visto in tanti altri film: la stessa Heigl, due anni fa, aveva già interpretato una psicotica – sia pure in forma di commedia– in Home Sweet Hell.

Anche la follia di Tessa ha alla base un trauma e un’insicurezza patologica creatale dalla famiglia, ma la costruzione della storia, i colpi di scena e la risoluzione del plot, pieno di numerosi non sequitur, sono così maldestri e poco plausibili da suscitare più ilarità che tensione. Non creduta da nessuno, la povera Julia si trova al centro del piano malvagio ordito dalla rivale e che presuppone la totale ignoranza, da parte di una donna intelligente e in carriera, che per di più coi social dovrebbe lavorare, delle regole più elementari del funzionamento di internet e della tutela della propria privacy. Il ritorno dell’ex, preparato a lungo, viene risolto velocemente e in modo deludente in un paio di scene, perché in realtà è solo un diversivo prima del lungo showdown tra le protagoniste, che ripropone tutti i classici tòpoi del genere, miracolose resurrezioni incluse.

Il finale prelude a un sequel, non sappiamo quanto probabile. Tra gli attori, sembra a tratti avere davvero paura la piccola e brava Isabella Kai Rice, mentre l’ex angelo di Charlie Cheryl Ladd ha una piccola parte da suocera megera castrante, che fa almeno sorridere. In un film completamente incentrato su una guerra tra donne, confuso e  fuori fuoco appare il fidanzato solido (e un po' tonto) interpretato da Geoff Stults. Nonostante i furibondi corpo a corpo tra rivali, però, è inutile cercare in questo film anche solo l’ombra di Bette Davis e di Joan Crawford. È tutt'al più un divertente b-movie, ottimo per una visione conviviale, magari, comodamente seduti su un divano e attrezzati con adeguati generi di conforto.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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