Kursk: la recensione del film di Tomas Vinterberg che racconta il disastro dell'omonimo sottomarino russo

21 ottobre 2018
2.5 di 5
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Tra intimismo e spettacolarità, ma anche la Storia. Nel cast ci sono Lea Seydoux, Matthias Schoenaerts, Colin Firth e Max Von Sydow.

Kursk: la recensione del film di Tomas Vinterberg che racconta il disastro dell'omonimo sottomarino russo

Ci sono probabilmente due modi diversi di guardare a Kursk.
Il primo è prenderlo per quello che la sua superficie indica, e che probabilmente voleva limitarsi a essere nelle intenzioni del produttore Luc Besson prima, e del regista Thomas Vinterberg poi. Cioè una grande produzione europea, ricca di nomi importanti nel cast (da Matthias Schoenaerts fino a Max Von Sydow, passando per Léa Seydoux e Colin Firth, ma anche il Peter Simonischek di Vi presento Toni Erdmann), e con un doppio registro intimista e spettacolare che viene anche evidenzato, nel film, da impercettibili variazioni del formato di proiezione.

Da questo punto di vista, Kursk appare come un film magari anche lodevole nelle intenzioni, ma riuscito solo in parte. Curiosamente, Vinterberg appare più a suo agio quando racconta quello che succede dentro il sottomarino sovietico inabissatosi nel Mare di Barents nell’agosto del 2000, il disperato tentativo dei sopravvissuti all’esplosione che lo ha semidistrutto di rimanere vivi, e quindi il versante catastrofico del film, di quando invece segue le vicende umane delle famiglie rimaste a terra, in lotta contro i segreti e le rigidità della Marina e della politica russe, che sono quelle che porteranno al disastro definitivo che tutti conosciamo.
Troppa meccanica e troppa retorica, raccontate sulla terraferma, che arrivano a infiltrarsi anche a bordo del sommergibile: ma in quel caso, pochi genitori sapranno rimanere completamente impassibili di fronte al dramma di un padre che sa di essere spacciato, e che vive con dolore la consapevolezza che il figlio piccolo conserverà di lui solo vaghe memorie.

Sempre rimanendo in superficie, in tutti i sensi, fa meglio il danese quando racconta del legame tra l’Ammiraglio Gruzinsky della Marina Russa e il Commodoro David Russell della Royal Navy, e anche la ieratica e impenetrabile rigidità dell’Ammiraglio Petrenko, massima carica della Marina Russa e portavoce governativo.
Nella ricostruzione fedele degli scambi tra russi e britannici, e nella riluttanza dei primi a farsi aiutare dai secondi a salvare l’equipaggio del Kursk, e in una serie di evidenti dettagli nelle scene iniziali del film (tra i quali il concerto dei Metallica a Mosca del '91), sta proprio una delle porte che permettono di assumere il secondo punto di vista col quale è possibile guardare al film di Vinterberg.

La tragedia del Kursk è stata tale perché la Russia del 2000, a undici anni dalla caduta del Muro e a nove dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, era un paese allo sbando, in gravi difficoltà economcie, che aveva svenduto i pezzi migliori delle sue forze armate (si fa accenno più di una volta ad un sommergibile di salvataggio venduto a certi americani che lo usavano per portare i ricchi a visitare il relitto del Titanic) e che teneva in pessimo stato manutentivo ciò che era rimasto.
Kursk, allora, racconta anche questo. Di una transizione non avvenuta e - forse nel del tutto consapevolmente - dei i tempi della Storia. Che non sono quelli del capitalismo e tantomeno quelli dell’era digitale, che pure entrambi nella Storia sono inevitabilmente calati. Racconta l’illusione di un cambiamento radicale, quello del passaggio dall’URSS alla Russia che conosciamo oggi, che non era ancora stato metabolizzato e completato (strutturalmente e psicologicamente) dopo un decennio.
Perché le cose cambiano coi tempi della Storia: e questa è un’amara lezione che dovrebbe essere ricordata da tanti, e in tutto il mondo.

Kursk
La nostra video recensione del film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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