Kinds of Kindness: la recensione del film di Yorgos Lanthimos

17 maggio 2024
2.5 di 5

Dopo la parentesi di gran successo di Povere creature!, il greco torna al suo co-sceneggiatore abituale, e allo stile che lo ha reso celebre, con un film antologico sulle solite cupezze dell'esistenza. La recensione di Kind of Kindness di Federico Gironi.

Kinds of Kindness: la recensione del film di Yorgos Lanthimos

Il nuovo film del greco Yorgos Lanthimos, due ore e quarantacinque minuti di durata, in realtà sono tre film in uno. Tre mediometraggi, tre racconti indipendenti tra loro, accomunati dal fatto di essere interpretati tutti dagli stessi attori (Emma Stone, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley, Hong Chau e Mamoudou Athie), da una sorta di personaggio senza voce né nome (ci sono solo le iniziali, R.M.F.) che compare a vario titolo in tutti e tre i segmenti, e da una qualche idea comune.

Nel primo episodio di Kinds of Kindness, Plemons è un uomo che, in cambio di vantaggi materiali, ha accettato che ogni dettaglio della sua vita venga deciso dal suo mefistofelico datore di lavoro (Dafoe), e la sua vita va in crisi quando, per una volta, si oppone a una richiesta, e tutto attorno a lui viene a mancare e crolla.
Nel secondo Plemons è invece un uomo convinto che la moglie dispersa in mare e tornata a casa (Stone), sopravvissuta forse anche tramite un atto di cannibalismo, sia in realtà una copia, un’impostora.
Nel terzo, Stone e Plemons sono due adepti di una strana setta, che si fonda su lacrime e sesso, alla ricerca di una giovane donna che avrebbe, secondo i loro guru, poteri taumaturgici.

Messi su carta, i racconti sarebbero stati piuttosto notevoli, sicuramente molto interessanti (il primo, su tutti). Mi hanno ricordato alcuni lavori brevi di Ottessa Moshfegh, prima di scoprire che il greco sta per realizzare un adattamento di “Il mio anno di riposo e oblio”.  E però, siccome il cinema non è solo testo e trama, ma anche immagine, e Lanthimos lo sa fin troppo bene, il risultato che si vede sullo schermo lascia a volte perplessi, spesso interdetti, di frequente un po’ annoiati, a volte un po' irritati.

Scordatevi Povere creature!, ma anche La favorita.
Qui Lanthimos è tornato con tutte e due le scarpe allo stile che gli è più proprio, e che lo ha reso famoso. Quello di film come: Dogtooth, The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro. Non a caso tutti sceneggiati, come in questo caso, e non in quello dei suoi due ultimi film, col fido Efthimis Filippou.
E quindi: quindi, ecco il Lanthimos glaciale e distante, cinico e sadico, beffardo nei toni e geometrico nella messa in scena. Il Lanthimos che abusa di accordi di piano lancinanti (molto alti o molto bassi) per sottolineare la tensione vera o presunta, che gode delle provocazioni spesso di bassa lega (che in un mondo di pavidi sembrano inaudite), che accarezza i personaggi, e gli spettatori, con un sarcasmo spesso sprezzante e sempre crudele.

Preso dalla sua ossessione di dimostrare di essere il più bravo e il più intelligente di tutti, Lanthimos tende a strafare, a compiacersi delle sue indubbie capacità visive, a diventare gratuito in quel che racconta e in come lo mostra. Spesso, purtroppo, a discapito dello spessore di quello che ha intenzione di raccontare.
Lanthimos si tiene sotto controllo nel primo segmento - che è anche quello tematicamente più interessante - ma progressivamente, nei seguenti due, si rilassa e si lascia andare. Chi è un suo fan - fan della superficie furba e modaiola che può garantire - gradirà di sicuro, gli altri un po’ meno.

Quel che soprattutto sembra mancare, in Kind of Kindness, è un filo rosso che sia un po’ meno banale di quello suggerito dal titolo, degli atti di gentilezza e generosità che sono al contrario violenze contro gli altri o contro sé stessi. Qualcosa che sia di più della solita, cupa e compiaciuta voglia di raccontare l’abisso e la banalità di esistenze senza senso né direzione, l’infelicità diffusa che cerca argine alla disperazione aggrappandosi al materiale, al triviale, alla follia o alla fede cieca e irrazionale.
Poi certo, a tratti Lanthimos trova, come spesso gli accade, alcuni momenti di buon cinema, immagini provocanti e perturbanti, guizzi narrativi interessanti. Ma si tratta di qualcosa di episodico, isolato, incapace di connessione e di diventare, quindi, struttura portante solida e affascinante.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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