Jersey Boys - la recensione del film di Clint Eastwood

17 giugno 2014
4.5 di 5
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Clint Eastwood porta sullo schermo con grande efficacia la storia di Frankie Valli e dei Four Seasons.

Jersey Boys - la recensione del film di Clint Eastwood

Uno dei rischi in cui è più facile incorrere quando si realizza un film su qualcuno che non solo è vivo, ma collabora anche attivamente al progetto, è quello dell'agiografia. Gli aspetti meno positivi del personaggio vengono edulcorati, gli angoli smussati, e il risultato è un santino a cui non credono nemmeno gli stessi realizzatori.

Il primo punto di forza di un biopic musicale come il premiatissimo Jersey Boys, da anni in scena e scritto da un autore brillante come Marshall Brickman, ovvero il miglior collaboratore di sempre di Woody Allen (Io e Annie e Manhattan, per dire), è proprio quello della sincerità. Frankie Valli, ancora attivissimo come cantante solista e attore, non ha chiesto di censurare il suo passato o i fallimenti della sua vita.

Fin dal titolo, i ragazzi del New Jersey rivendicano la loro appartenenza a un mondo in cui la piccola criminalità si incrocia con quella grande e dove le uniche regole che valgono sono quelle della lealtà nei confronti dei propri compagni. Certo, tutto questo è narrato nel classico stile della commedia brillante e il mafioso dell'irresistibile Christopher Walken non emana neanche un briciolo di minaccia, ma la trasfigurazione della realtà attraverso il tono non nega quello che il mitico cantante in falsetto dei Four Seasons e i suoi amici erano e facevano, prima di diventare famosi con la loro arte e la voglia di riscattarsi senza rinnegare le proprie origini.

Jersey Boys è una storia di italoamericani degli anni Cinquanta, l'epoca dei gruppi musicali maschili o misti, che con le armonie corali del doo-wop davano vita per lo più a canzoni sentimentali e spesso sdolcinate, di grande attrazione sul pubblico non solo giovanile. L'accattivante musica di Frankie Valli e dei Four Seasons - uno dei gruppi di maggior successo della storia della musica, introdotto nella Rock'n'roll Hall of Fame nel 1991 – era una lontana antesignana del rock, ma canzoni come “Big Girls don't cry” e “Walk Like a Man” fanno parte del patrimonio culturale popolare americano, per non parlare del successo più famoso di Valli da solista, la splendida “Can't take my eyes off you” (1967), che i protagonisti del Cacciatore, tra cui proprio Christopher Walken, cantano in coro in una celebre scena del film.

Antesignani delle moderne boy band, questi gruppi nascevano spesso dalla strada e in un momento di estremo fermento musicale le radici italoamericane davano quella spinta in più verso la legittimazione di un successo che questi figli e nipoti di immigrati cercavano spesso di raggiungere per vie traverse.

Eastwood ama i grandi cantanti degli anni Quaranta e il jazz e a suo stesso dire non è un amante della musica degli anni Cinquanta, quando le star persero la loro lucentezza per diventare i ragazzi della porta accanto. Ma si getta ugualmente con entusiasmo in questo progetto, cesellando un gioiello che è al tempo stesso un omaggio al cinema, alla musica e ad un'epoca. E senza facile nostalgia, come dimostra la splendida fotografia di Tom Stern, che anche sui colori più accesi si tiene lontana dall'atmosfera dolceamara alla American Graffiti o da quella idealistica di un paese giovane e innocente dipinta da Norman Rockwell, ammantando gli ambienti, i costumi e i volti di una patina vintage.

Clint Eastwood, a 84 anni, guarda ancora avanti, al futuro, e non diventa troppo sentimentale nemmeno quando gliene viene offerta l'occasione. Poco consueta ma estremamente efficace è la scelta di fare eseguire le canzoni dal vivo sul set: la differenza c'è e si vede. Il resto sfiora la perfezione, a partire dalle notevolissime performance dei tre giovani veterani teatrali al loro debutto cinematografico, soprattutto quella del protagonista, John Lloyd Young, che ha incarnato Valli a Broadway fin dal 2003 e che non solo gli somiglia fisicamente e vocalmente, ma cresce in maniera credibile assieme al suo personaggio, dall'adolescenza alla vecchiaia.

Amavamo già Vincent Piazza come Lucky Luciano in Boardwalk Empire e qua lo ritroviamo - unico non appartenente al cast teatrale - nel ruolo di Tommy De Vito, delinquente, musicista, mentore e amico di Frankie, incapace di rigare diritto e di non mettere in guai tremendi lui e i colleghi, un personaggio con molti lati oscuri ma estremamente vitale e nonostante tutto simpatico. Va davvero applaudita la scelta di mantenere gli attori e le attrici che hanno interpretato gli stessi personaggi a teatro: in genere nei musical cinematografici non lo si fa e molto spesso per avere il volto di una star in primo piano si toglie credibilità e qualità all'insieme.

E poi ci sono le canzoni, i vestiti, le coreografie a dare il senso del ritmo di un'epoca e a contagiare lo spettatore con la voglia di cantare e ballare, ci sono gli inevitabili momenti drammatici, sempre presenti nella storia di una vita, anche famosa, diretti da Eastwood con esemplare ed efficace rigore, la capacità di uscire dai confini ristretti del palcoscenico teatrale e portare la storia nel mondo reale. C'è perfino Joe Pesci (sì, proprio quello di Scorsese), ma per saperne il motivo dovete vedere il film.

Insomma, di Jersey Boys ci è piaciuto quasi tutto, a partire dalla capacità di emozionarci con un prodotto destinato principalmente ad un pubblico che è cresciuto con questa musica. E vedendo Chris Walken cantare e accennare dei passi di danza nel bel finale in perfetto stile musical non ci è stato affatto difficile immaginare il vecchio Clint, dietro la macchina da presa, muoversi a ritmo con la musica. Perché siamo sicuri che anche dentro di lui, come nei più fortunati di noi, si nasconde la felice leggerezza di un ballerino.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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