Io danzerò: la recensione del dramma a ritmo di ballo con Soko

15 giugno 2017
3.5 di 5
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La storia del contributo di Loïe Fuller alla danza contemporanea.

Io danzerò: la recensione del dramma a ritmo di ballo con Soko

Sale sul palco dell’Opéra di Parigi, Loïe Fuller. Alla fine di Io danzerò, film voluto da anni a tutti i costi da Stéphanie Di Giusto, le viene concesso un trionfo, dopo aver passato una vita di sacrifici e passione per una danza che l’ha spesso rifiutata, giudicandola ben lontana dal poter essere considerata una ballerina. Figuriamoci se le venne riconosciuto dall’accademia il ruolo di rivoluzionaria, di madrina della danza contemporanea, nonostante un fisico poco adatto. Il tutto attraverso l’applicazione, il dolore, il talento creativo che la portò a ibridare la classica eleganza del ballo con i vorticosi giri su sé stessi dei dervisci sufi. Un ruotare vorticosamente restando fermi, in cui i vestiti che indossava creavano delle coreografie mozzafiato, spiazzando un pubblico abituato al conforto del già visto, portandolo verso territori nuovi, anche in vetrine della classicità come l’Opéra Garnier di Parigi.

Loïe Fuller arriva nel vecchio mondo dopo essere nata nelle infinite pianure del grande ovest americano. Fin da bambina dimostra una connessione tattile con il mondo selvaggio che la circonda, mentre davvero niente avrebbe potuto anticipare il suo ruolo di vedette dei cabaret parigini della Belle Epoque. Il trasferimento a Brooklyn nella fine del XIX secolo e la morte del padre l’avvicinano a un contesto artistico a lei fino a quel punto ignoto. Probabilmente fu proprio la sua venuta da un altro mondo a facilitare la rottura degli schemi della perfomance artistica, verso l’elaborazione di un suo stile totalmente personale, diventando una celebrità dell’epoca, ma anche una donna tanto schiva da non voler apparire. Non permise mai che l’invenzione di quegli anni, il cinema, ne violasse il culto della privacy, e anche nei suoi spettacoli si nascondeva dietro strati e strati di tessuto e un gioco di ombre e luci che alimentava la patina di mistero con cui si affacciò nel nascente XX secolo del progresso tecnologico e delle tante rivoluzioni artistiche.

La Di Giusto ha ostinatamente lavorato alla preparazione di Io danzerò con la stessa testarda passione con cui la Fuller preparava i suoi spettacoli, creando i suoi costumi con maniacale precisione, così come l’arredamento di scena, sempre pronta a variare, magari di pochi particolari apparentemente infimi, di serata in serata. Uno sforzo fisico sovrumano e presto logorante per il suo fisico, come viene ben trasmesso da un'ottima Soko, ma che sopportò con stoicismo nel corso di tutta la sua carriera: era quello il suo talento, il lavoro e l’allenamento instancabile, non essendo dotata da madrenatura del fisico e dell’agilità della sua connazionale Isidora Duncan. Interpretata con grazia e malizia nel film da Lily-Rose Depp, portò avanti la rivoluzione iniziata dalla Fuller, sottraendole molti dei meriti e della notorietà fra i posteri. Un rapporto di seduzione e adorazione che la Di Giusto mette in scena con buona misura, ritraendo con abilità la costruzione di un’ossessione che anticipa la caduta della star, sopraffatta dalla facilità con cui la Duncan riusciva in quello che a lei costava bruciature agli occhi e un corpo da reinventare livido dopo livido.

Io danzerò è un percorso doloroso e affascinante, che riesce a trasmettere la fatica e il sudore di una donna che arrivò alle vette della sua arte senza possederne il talento naturale. Di particolare fascino il rapporto con l’assistente di una vita, Gabrielle, interpretata magistralmente da Mélanie Thierry con pochissime parole, solo con gli occhi, con l’amore e lo sconforto di una spalla sempre pronta a consolare.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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