Inside Out 2, la recensione del sequel Pixar, con Riley che cresce inesorabilmente

17 giugno 2024
3.5 di 5

La Pixar torna con il sequel di uno dei suoi capolavori indiscussi: Inside Out 2 ospita nuove e difficilmente controllabili emozioni nella mente di Riley. Ci si commuove ancora. La nostra recensione.

Inside Out 2, la recensione del sequel Pixar, con Riley che cresce inesorabilmente

Per Riley, ormai tredicenne, si prospetta un weekend che potrebbe portarla nella squadra di hockey del liceo che l'attende: una situazione complessa e importante che le sue emozioni contano di poter gestire senza problemi. Ormai Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura sono esperte e affiatate... ma la pubertà è arrivata, ed entrano in gioco Ansia (una vera leader), Invidia, Ennui e Imbarazzo. Il campo di battaglia sarà la povera mente di Riley, che rischierà ancora una volta di perdersi.

Per chi scrive il principale problema di Inside Out 2 è nel suo arrivare dopo un Inside Out del 2015 che non è solo un bel film: è un vero capolavoro. Sono trascorsi quasi dieci anni, eppure ancora non riusciamo a dimenticare quanto cercammo disperatamente di non singhiozzare rantolando (non semplicemente di commuoverci), nella scena del sacrificio di Bing Bong. "Portala sulla Luna per me". Di fronte all'immensità delle sensazioni che ci danno i film che per noi sono spartiacque, forse anche esistenziali, si corre un grosso rischio: giudicare chi ne segue la scia come l'autore di un prodotto di serie B, un surrogato. Quando in realtà seguire la scia di un capolavoro non è la mossa peggiore che un creativo possa fare, a conti fatti. È pericoloso, ma se c'è il precedente regista, Pete Docter, che veglia come coproducer e direttore creativo della Pixar, il passo si può compiere.

E Docter quel delicato passo lo ha affidato a Kelsey Mann, già story artist di lungo corso dell'azienda (Il viaggio di Arlo, Onward), mantenendo alla sceneggiatura la coautrice del film precedente, Meg LeFauve. Esordiente alla regia di un lungometraggio, Mann fortunatamente non sbaglia nulla: dato l'argomento del primo Inside Out, un seguito si scrive quasi da solo, spostando l'attenzione su un'età più avanzata. All'aumentare delle circostanze in cui un essere umano si può trovare crescendo, alla crescente complessità del suo cervello, c'è solo l'imbarazzo della scelta nel costruire dinamiche nuove e gag diverse, ma nello stesso spirito. Si comincia a capire come i capitoli di Inside Out siano un po' la versione "interiorizzata" di quello che Toy Story raccontava di Andy, lì dall'esterno, dal punto di vista dei giocattoli come Woody e Buzz. Insomma, la Pixar è a suo agio con questo tipo di materiale, da trent'anni cantrice del poetico trascorrere del tempo.

Se Inside Out 2 non sbaglia nulla è però anche perché non rischia nulla: non solo la struttura narrativa, ma la stessa morale è identica a quella del prototipo, così come le situazioni non possono giocoforza avere la stessa freschezza che mostrarono allora. Il ritmo è costante, le emozioni del pubblico sono giostrate perfettamente. Viene però forse meno lo stupore genuino che ci lasciò a bocca aperta davanti al primo Inside Out, specialmente perché nel frattempo il mondo dell'animazione ha ospitato sperimentazioni visive più forti ed estreme di quelle che Inside Out 2 propone timidamente (concentrandosi invece più sui contenuti che sulla forma, come invece Docter fece con più convinzione).

Inside Out 2 non può sfuggire alla condanna del paragone col film precedente, però non crolla perché gli autori tengono all'importanza della loro missione sociale, impugnata con le armi gentili dell'arte. Questa potenza non sarà spiazzante come fu allora, ma non è meno preziosa oggi: il sequel continua a raccontare la nostra mente come un ring che, col passare degli anni, ospita se possibile combattimenti ancora più ardui. Al di là di ogni gag, il climax drammatico disturba sul serio, perché la Pixar sa fare sul serio. Il percorso evolutivo di un essere umano, già difficile da sempre, è sballottolato dal bombardamento di stimoli che con la tecnologia sono aumentati all'inverosimile, rendendo necessaria più che mai una rassicurazione. Gli studi della moderna psicologia sono veicolati in queste storie che ci fanno sentire meno soli, che ridimensionano le nostre private apocalissi in rodate sfide eterne, inevitabili e formative. Con il coraggio mostruoso, oggi più che allora, di ribadire che la nostra vita ha solo una risorsa della quale nessuno dovrebbe fare a meno: la Gioia.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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