Indiana Jones e il tempio maledetto, la recensione di un sequel discusso

29 aprile 2020
3.5 di 5

A tre anni dai Predatori dell'arca perduta, non tutti rimasero convinti da Indiana Jones e il tempio maledetto...

Indiana Jones e il tempio maledetto, la recensione di un sequel discusso

Anno 1935: scampato per miracolo a una vendetta della mafia cinese in quel di Shanghai, l'archeologo e avventuriero Indiana Jones (Harrison Ford) finisce per caso in India, trascinandosi il piccolo assistente Shorty (Jonathan Ke Quan) e la cantante di night club Willie Scott (Kate Capshaw). Spinto da una profezia a indagare su una pietra magica perduta, scoprirà un pittoresco e alquanto letale revival del culto della dea Kalì, da parte di una nuova stirpe di Thug.

Nonostante col passare dei decenni Indiana Jones e il tempio maledetto sia finito nel calderone dei culti indimenticabili degli anni Ottanta, la sua uscita nel 1984 fa temere seriamente per la tenuta della saga ideata da George Lucas (qui executive producer e soggettista) e diretta da Steven Spielberg. Tre anni prima, l'epocale I predatori dell'arca perduta si è presentato al pubblico come un affascinante ponte tra l'intrattenimento di genere hollywoodiano, con le antichissime radici nei serial, e un grande respiro epico di una nuova dimensione kolossal tenuta a battesimo proprio da Lucas e Spielberg. George non ha intenzione di fermarsi, avendo appena archiviato momentaneamente Star Wars col Ritorno dello Jedi nel 1983, perciò torna su Indy, senza però la forte suggestione storico-religiosa del prototipo, optando per un esoterismo privo di quella patina di rispetto che incuriosiva così tanto nel caso dell'Arca. Lucas punta su un horror da luna park per famiglie, trascinando Spielberg che, anni dopo, dichiarerà di non avere mai amato la sceneggiatura, affidata da George ai vecchi amici Willard Huyck & Gloria Katz, con lui autori di American Graffiti.

Perplesso dal materiale, Steven adotta lo stesso approccio con cui cercherà di digerire un altro Indy poco desiderato, quell'Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo del 2008, in grado poi di sottrarre a questo Tempio maledetto la palma del peggior lungometraggio della saga. Spielberg spinge per aumentare il tasso di commedia, onde compensare i momenti più gore e inquietanti, col risultato che la giocosità sottotraccia dei Predatori diventa sin troppo scoperta e l'equilibrio tra coinvolgimento e ironia salta, spesso a favore della goliardìa totale. Involontariamente, le presenze femminili diventano la cartina al tornasole dei due diversi approcci: tanto era energica e pur plausibile la Marion di Karen Allen, tanto è petulante e con un'improbabile chioma cotonata anni Ottanta la Willie della futura signora Spielberg. Indiana Jones e il tempio maledetto finisce anche per portare Indiana Jones e Harrison Ford più verso l'immaginario action a 360°: certo nei Predatori non mancavano scene d'azione virtuosistiche, ma privato il personaggio della sua seconda anima più "accademica", se non in brevi dimenticabili scampoli nei dialoghi, di Ford si risaltano più il sex appeal e i muscoli in bella vista. Sono gli anni di Rambo, e s'avverte una certa influenza.

L'ironia diventa parodia specie nella prima metà del film, con una successione di gag a volte persino demenziali (si veda la scena del pranzo splatter), dando via via all'esordiente piccolo Jonathan Ke Quan (poco prima dei Goonies) un ruolo da spalla dalle improvvise supereroiche capacità. C'è qualcosa del puro Steven nel donare all'infanzia un ruolo eroico. E' il suo antidoto alla celeberrima iconica scena del cuore pulsante estratto dal sacrificio umano, storica anche perché portò dopo un braccio di ferro proprio con Spielberg alla definizione di una nuova classificazione censorea, ora proverbiale: il famigerato PG-13, la via di mezzo "young adult" tra il cinema adatto ai bimbi e quello per i più grandi. Ecco, se la saga di Indiana Jones nel suo complesso è un pezzo di cinema sempreverde, Il tempio maledetto nello specifico, in alcune soluzioni estetiche e narrative, ma anche dal punto di vista storico, ne rappresenta forse invece il tassello più datato agli anni Ottanta, e come tale può anche esercitare un fascino più marcatamente nostalgico.

Evidenziando per dovere critico i difetti pur evidenti di Indiana Jones e il tempio maledetto, dobbiamo ammettere che, nonostante l'insieme non convinca del tutto, alcune sezioni - forse proprio per quell'abbandonarsi a un eccesso sopra le righe - ci sono sempre risultate irresistibili. I titoli di testa omaggio alle coreografie di Busby Berkeley, con Kate Capshaw che canta Anything Goes di Cole Porter in mandarino, sono una delle cose più sfrontate mai concepite da Spielberg (si noti l'autocompiacimento persino nei caratteri dei cartelli: Il tempio maledetto è l'unico nella saga a usare in modo rutilante proprio i font grafici del marchio). Pacchiana quanto si vuole, la scena del braccio infilato in un nido di insetti riesce poi ancora a trasmettere un brivido di sincero disgusto. Infine, il crescendo del terzo atto, quando comincia la fuga dei nostri eroi dal tempio, tra carrelli della miniera e gran finale sul ponte sospeso, rappresenta ancora adesso un virtuosismo tecnico di altissima fattura, appena minato da fotomontaggi analogici evidenti agli occhi del nuovo millennio. E' allora che la maschera traballante del film casca, e Indy-Willie-Shorty diventano proprio la rappresentazione di una famigliola in un parco a tema, sulle montagne russe. Lo spirito sotterraneo dei Predatori esplode in modo grezzo, ma quell'ultima mezz'ora per noi è il "guilty pleasure", perché lì ci sembra che Steven si stia davvero divertendo un mondo, insieme ai prodi amici dell'Industrial Light & Magic.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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