In Her Shoes - la recensione del film con Cameron Diaz e Tony Collette

11 marzo 2020
2.5 di 5

Diretto nel 2015 dal compianto Curtis Hanson di 8 Mile ed L.A. Confidential, nonostante Shirley MacLaine e le brave attrici, è un misto poco riuscito di lacrimevole melodramma e commedia al femminile.

In Her Shoes - la recensione del film con Cameron Diaz e Tony Collette

Nel 2015 l'oggi compianto regista Curtis Hanson, premio Oscar nel 1997 per la sceneggiatura non originale di L.A. Confidential (condiviso con Brian Helgeland), tre anni dopo il bellissimo 8 Mile, unica prova cinematografica di Eminem, a sorpresa si lascia tentare dal best seller per signore di Jennifer Wiener del 2002, “A letto con Maggie”. Il film che ne nasce, In Her Shoes, ottiene un moderato successo di pubblico ma un inatteso riconoscimento critico, anche da parte di voci generalmente severe come quella del grande Roger Ebert. L'anno precedente si è conclusa la serie (per certi versi) epocale di Sex and the City, citata anche con una scena all'interno del film: grazie alle quattro amiche che Darren Star ha portato in tv, ispirandosi all'omonimo romanzo di Candace Bushnell, abbiamo conosciuto la New York delle donne single, libere ed emancipate, che collezionano relazioni spregiudicate, parlano di sesso e lo sperimentano ma sognano il grande amore e sono tipiche fashion victims e appassionate collezioniste di splendide, improbabili e scomodissime scarpe da design.

Le loro vicende sembrano riverberate come in uno specchio oscuro nella storia delle due sorelle Maggie e Rose, cresciute senza madre e in perenne lotta e competizione tra di loro. La trama, svolta in tempi molti dilatati, si dipana tra commedia e dramma, facendo appello a sentimenti sicuramente comuni a molti, ma con svolte narrative prevedibili e dunque poco coinvolgenti. Rose (Toni Collette) è un'avvocatessa bruttina e grassa (dice lei, perché nel film non lo è mai), che ha una cotta e un intrallazzo, che però non decolla, col titolare sposato dello studio legale per cui lavora. Per sfogare le sue frustrazioni fa collezione di costosissime scarpe coi tacchi, che in genere non indossa e che le vengono puntualmente prese in prestito e rovinate dalla bellissima e disinibita sorella, Maggie (Cameron Diaz), che non lavora, va in giro mezza nuda, si ubriaca alle feste e sopravvive rubacchiando. Quando i loro rapporti diventano tesi al punto che Maggie va a letto per farle dispetto col suo datore di lavoro, Rose la caccia di casa. Passando dal padre e dalla sua compagna, Maggie trova in un cassetto delle lettere, mai recapitatele, di una nonna che non ricordava di avere e va a trovarla in Florida, sperando di sfruttarla come ha sempre fatto, con le persone a lei più vicine.

Da lì parte una classica e, come dicevamo, improbabile storia di redenzione in cui le sorelle si scambiano letteralmente i ruoli (to be In her shoes, riferimento ovviamente letterale alle scarpe che le sorelle indossano, significa proprio mettersi nei panni di un'altra). Rose lascia il suo redditizio lavoro legale per fare la dog sitter (sic) e si fidanza con un bravo ragazzo innamorato, ex collega che ha sempre snobbato, mentre Maggie diventa pian piano più responsabile, supera i suoi problemi di dislessia e grazie alla nonna (Shirley MacLaine) comprende cosa ha significato per lei e la sorella il trauma della morte della madre, finché gli opposti si riconciliano e, tra una poesia di Elizabeth Bishop e una di e.e. Cummings, tutto finisce in gloria con un happy ending consolatorio.

Ora, noi non abbiamo niente in contrario ai cosiddetti “feel good movies”, che svolgono una loro importante funzione, dal momento che al cinema si va, ovviamente, anche per evadere dai problemi e dai drammi quotidiani e vivere per interposta persona situazioni anche più estreme delle proprie può aiutare a star meglio, consolando con la speranza che - come nella finzione - andrà tutto bene. Quello che però a parer nostro non funziona nel film di Hanson è il tono confuso e incerto tra commedia (per cui non ha i tempi giusti) e mélo, che non sa gestire con sufficiente equilibrio i numerosi e pesanti elementi messi in campo (malattie mentali, suicidio, sensi di colpa, rapporti coi parenti stretti e acquisiti e con l'universo maschile, eccetera eccetera).

Le due protagoniste, inoltre, sembrano spintonarsi letteralmente per dimostrare la propria bravura. All'epoca sia Cameron Diaz che Toni Collette vennero a Roma a presentare il film e risultò evidente quanto soprattutto la prima contasse su questo film per ottenere qualche riconoscimento importante. Sappiamo che questo non è accaduto ma è impossibile non notare quanto entrambe, incoraggiate dal regista, trasformino la loro finta competizione in una vera schermaglia tra attrici, tanto che crediamo più a questa che alla riconciliazione dei loro personaggi. E mentre Cameron Diaz, per la gioia del pubblico maschile, sfoggia anche più del necessario il suo invidiabile fisico restando in mutande, in costume e in abiti succinti per più di metà film, prima di indossare una castigata divisa da inserviente ospedaliera, e Toni Collette cerca di tenerle testa in tutti i modi, tra le due litiganti è la calma saggezza di una veterana come Shirley MacLaine a spuntarla. Sullo sfondo, opachi a dir poco, restano i personaggi maschili.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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