Il racconto dei racconti: recensione del film di Matteo Garrone in concorso a Cannes 2015

11 maggio 2015
3.5 di 5
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Da sempre il cinema di Matteo Garrone, è un gioco d'equilibrismo.

Il racconto dei racconti: recensione del film di Matteo Garrone in concorso a Cannes 2015

Reality e fantasy. Testa e pancia. Desiderio e realizzazione.
Da sempre, ma col Il racconto dei racconti in particolare, il cinema di Matteo Garrone, è un gioco d'equilibrismo, una camminata su una corda tesa tra queste polarità, il risultato della tensione tra questi estremi. Non è un caso, quindi, che in questo nuovo, temerario film del regista romano si mettano in scena di due momenti di funambolismo con precisi significati narrativi.

Presenti e permeanti, nel film che Garrone ha tratto da tre selezionate fiabe scritte da Basile, queste tre polarità sembrano continuamente tirarlo (e lo spettatore con lui) da una parte e dall'altra, alla ricerca di un equilibrio quasi impossibile. Queste tre tensioni rimangono lì appese, brucianti, irrisolte: e proprio per questo Il racconto dei racconti ci si para di fronte come un'opera volutamente liquida e mutevole, pulsante di vita, di suggestioni, di cinema: un cuore di drago marino che batte ancora, e che promette una generazione creativa e narrativa pronta a ribellarsi benevolmente al suo creatore.

Con un movimento uguale e contrario rispetto a quello compiuto nel suo film precedente, in questo (che è fantasy in modo improprio, e fiabesco in modo apocrifo) Matteo Garrone non ricopre il mondo reale di grottesco e paranoia ma tira a lucido d'artista la superficie e i personaggi di un mondo fantastico eppure normalissimo nelle sue aberrazioni.
Insofferente alle convenzioni, il regista sceglie per il suo film costumi sgargianti e rilucenti di finzione anche quando lerci di sangue o fango, una fotografia nitidissima che non indugia in ombre o chiaroscuri goticheggianti ma abbraccia il luccichio del barocco, interpreti con volti perfetti ai loro ruoli che si stagliano sullo sfondo come figure di una messa in scena teatrale e minuziosamente coreografata. E, complice un lavoro senza precedenti sulla scelta delle location (tutte reali), organizza le sue inquadrature con un'attenzione pittorica che richiama Goya, Velasquez e Rembrandt, avvicinandosi in alcuni momenti a quanto fatto da Stanley Kubrik in Barry Lyndon.

Al capo opposto di questa estetica tesa lungo tutto il film, c'è una costruzione narrativa che lavora con guanti laboratoriali su storie e figure e situazioni archetipiche, quelle delle fiabe; che le mantiene essenziali, le trascura forse anche un po', le appoggia semplicemente sul suo tappeto visivo. Se delle tre storie La pulce, quella interpretata da Toby Jones e la soprendente Bebe Cave, è di gran lunga quella più riuscita e coinvolgente, la più vicina alla visceralità inquietante e al senso del meraviglioso tipico del fiabesco, l'impressione generale è che Garrone abbia più o meno consapevolmente sfidato quel mondo e quelle convenzioni, privilegiando la testa laddove ci si sarebbe aspettati la pancia, ragionando costantemente sullo slittamento e le sovrapposizoni del senso stesso, intimo, ontologico, di realtà e fantasia.

Gli slittamenti, le sorprese, le dissonanze estetiche e narrative, rendono Il racconto dei racconti vibrante e dinamico, in costante dialettica con sé stesso e con gli occhi e la testa di chi lo osservano. La meraviglia viene suscitata sempre attraverso la bellezza cristallizzata dall'arte (si pensi alla scena sottomarina all'inizio del film), mentre l'orrore, il deforme e il difforme raccontati con una leggerezza e una pulizia che ne mettono in questione lo stesso statuto; e così facendo la questione così si rovescia anche su chi deforme e difforme non è o non dovrebbe essere, ma che non corrisponde allo stereotipo: regine altere dalla bocca sporca di sangue, sovrani libertini e un po' tonti, re che si dilettano con creature normalmente rivoltanti.

Nonostante, allora, si chiuda con una sequenza quasi analoga a quella con la quale terminava Reality, nel corso della quale l'artificio e l'inganno si rivelano per quello che sono, e dove guardando verso l'alto si libera il senso di vertigine e la precarietà di una condizione sempre relativa, Il racconto dei racconti continua anarchicamente a camminare sulla corda, anche dopo i titoli di coda, a sfidare il suo stesso equilibrio: prestandosi col sorriso a rimanere sospeso, in tensione dinamica e propulsiva, tra il desiderio di sé e la sua realizzazione, sfidando le convenzioni del cinema e le nostre convinzioni..



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  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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