Il nome del figlio - la nostra recensione della commedia di Francesca Archibugi

20 gennaio 2015
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Quando una commedia francese diventa lo spunto per parlare con tenerezza di un'Italia che si vuole bene.

Il nome del figlio - la nostra recensione della commedia di Francesca Archibugi

Che bello andare al cinema e amare un film dall’inizio alla fine.
Che bello ridere alle lacrime senza bucce di banana, tirate di comici o nonsense.
Che bello vedere condensata in soli novantaquattro minuti l’Italia intera, raccontata con la leggerezza degli articoli di costume di Piero Ottone e salvata dall’ipocrita moralismo di chi sa solamente parlare contro e votare contro.
Che bello, infine, ritrovare Francesca Archibugi, che ancora crede nell’efficacia della parola scritta e che, ben più della maggior parte dei suoi colleghi maschi, dimostra, film dopo film, di aver preso da Scola & Co. il testimone della grande commedia all’italiana.
Merito di un’anima punk nascosta da un’immagine di dolcezza suggerita da cerchietti di velluto e lunghi capelli castani?
Chissà… La tenerezza però c’entra ed è la chiave per aprire uno scrigno che – come già era accaduto con Mignon è partita , Il grande cocomero e Questione di cuore – racchiude un tesoro.
Questa volta nel forziere c’è un orologio che non perde un secondo, un pezzo unico nel suo genere, anche se nasce come reinvenzione di un modello francese.
Fuor di metafora, parliamo del film Cena tra amici – visto, studiato, ripensato e soprattutto privato di quella grandeur mista ad arguzia verbale che rende così chic il cinema dei cugini d’oltralpe.

Passata al setaccio di una pietas tutta umana, la commedia di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte si rinnova, trasformandosi in un confronto fra personaggi che non è né una carneficina di polanskiana memoria né un surrealismo alla Buñuel.
No, ne Il nome del figlio ci sono semplicemente quattro diverse facce di un’Italia che, invece di essere comicamente deformata o demonizzata, appare semplicemente smaniosa di fermare il tempo, attaccandosi cocciutamente alle vecchie istituzioni borghesi o adeguando il proprio narcisismo alla modernità e al villaggio globale dei social.
Con la precisione di un entomologo, la Archibugi e Francesco Piccolo ne colgono ogni più piccola contraddizione, intrecciando le incoerenze dell’intellettuale che se ne intende di filosofia ma non capisce la donna che ha sposato, i dilemmi della madre e moglie chiusa in una gabbia di remissività, il finto altruismo di musicista dai calzini a righe che gioca a fare l’anticonformista e, soprattutto, il fascino oscuro di una delle infinite varianti del “furbetto del quartierino”: il “pupazzone” rampante che ha fatto delle sue irregolarità un vanto e della sua incultura un argomento da salotto, finendo per assurgere a modello a cui aspirare quando tutto il resto è noia e rettitudine.

Descritti così, i personaggi de Il nome del figlio possono sembrare dei tipi. Invece, braccati da una macchina da presa in movimento che li segue senza sosta o messi all’angolo da accuse e recriminazioni reciproche, rivelano sempre una nuova faccia, un altro strato, alternando sequenze in cui sono soli sulla scena a momenti nei quali tornano a essere voci di un coro, strumenti suonati alla perfezione da attori sempre a fuoco, a cominciare da un Alessandro Gassmann sempre più simile a papà Vittorio.

E poi Paolo, Betta, Sandro e Claudio si vogliono bene, si ascoltano. Ciò significa che proprio la capacità di perdonarsi e di comunicare potrebbe essere l’antidoto al caos della nostra contemporaneità schizoide e irrisolta?
Certo che sì, ma la risposta per Francesca Archibugi è anche altrove: nella purezza del bon sauvage, in quella Simona “tigre di Palocco” e quinto personaggio del film che, scevra da ogni sovrastruttura, coglie il mondo per ciò che è e alla fine diventa mamma, rinnovando il ciclo della vita.
E allora quel figlio ancora senza nome potremmo essere noi, noi senza più “ismi”, noi senza più amici di amici, noi finalmente liberi di scollarci dagli smartphone, di dire: “Io Kant non l’ho mai capito” e di non vergognarci dei nostri rimpianti, perfino di quelli più puerili e sentimentali.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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