Il filo nascosto: la recensione del film di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis

01 febbraio 2018
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Un film davvero straordinario, forse il migliore del regista fino a questo momento.

Il filo nascosto: la recensione del film di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis

Forse, a pensarci bene, è di potere che Paul Thomas Anderson ha sempre parlato. Non del potere dei palazzi della politica o della finanza, ma di quello che per mille ragioni - psicologiche, sessuali, sentimentali, relazionali, economiche, religiose - ogni individuo ha (o non ha, è questo il problema)  su ogni altro individuo di questo mondo. E, quindi, sulla società. Nella società.
Senza andare troppo indietro, basti prendere in considerazione i film della seconda fase della carriera di Anderson, quella più matura. Il petroliere, The Master, Vizio di forma: semplificando, un film sulla megalomania del potere e sulla mancanza di controllo dello stesso, che non può che avere come risultato la violenza; uno sul braccio di ferro tra due soggetti che cercano di superare la loro reciproca dipendenza attraverso la reciproca sopraffazione o negazione; uno su un personaggio che il potere sembra subirlo e basta (quello amoroso, almeno) o che lo combatte attraverso l’inerzia, la resilienza.
Verrebbe facile allora dire che con Il filo nascosto PTA sia arrivato laddove voleva arrivare in questo percorso di graduale ma chiara riconduzione delle questioni legate al potere alla loro dimensione binaria, elementare, amorosa e sessuale. Una dimensione dove la complessità è tanto più alta quanto più le carte sono tutte sul tavolo, e di facile lettura per tutti.

Il braccio di ferro è diventato un abbraccio. La lotta, una relazione. Il bisogno, una fame insaziabile. E se il bisogno è tale, c’è poco da ammazzare, da scappare, da resistere: stai lì e ci rimani anche se sei ridotto uno straccio, e perché è quando sei ridotto dall’altro a uno straccio che non si regge in piedi, che il bisogno dell’altro è ancora più evidente, in tutta la sua perversa chiarezza.
Il filo nascosto parla di un uomo forte e insofferente (quanta meraviglia, in quella sublime insofferenza, fatta di gesti impercettibili eppure chiarissimi), ma che poi forte non è per nulla, perché i suoi vestiti sono la reificazione dei suoi fantasmi, e perché la Madre e il suo abito nuziale sono lì a tormentarlo, giorno dopo giorno.
Per accorgersi del fantasma di una donna, ci vuole un’altra donna: una di quelle che lo capisce subito che non sei uno forte, e fai solo finta, e che per vincere questa finzione, per superarne la barriera apparentemente impervia,  bisogna fingere di conseguenza. E la finzione massima del femminile, nella gioco della coppia, è il gattamortismo, la passivo-aggressività che mette in scacco, che lega, che rende dipendenti, che alterna decisione caparbia e capricci infantili, che lascia credere che le redini siano salde e ben strette nelle mani di Lui - povero illuso - mentre le controlla, con un dito appena, Lei.

Il filo nascosto parla di un uomo che cede il volante della sua vita (il potere) a una donna: “Let me drive for you,” dice Lei a un certo punto, e Lui annuisce, e sa benissimo che da quel momento in avanti tutto cambierà. Lo sa e gli va bene, gli vanno bene le sofferenze, gli va bene che le sue sacrosante abitudini vengano cambiate o sconvolte, che il suo stesso ruolo venga messo in discussione.
Perché non c’è relazione dove le cose (per i singoli, o meglio per un singolo, perché uno è sempre più forte dell’altro, e quasi sempre quello che si traveste da fragile) non debbano cambiare, e dove non sia presente un gioco di potere, e di ruoli. Perché non c’è concessione o slancio che non comporti il sacrificio di una parte di sé, una componente sadica e masochista al tempo stesso: io mi dò in pasto a te, affinché tu possa saziare la mia fame, soddisfare il mio bisogno, e viceversa.
E allora ecco che in Il filo nascosto è tutto un mangiare, o un non mangiare. Un rifiutare i cibi pesanti dalla donna che non vuoi più vedere, e che da sola questo messaggio non lo capisce, e un abbuffarsi fino a star male con e per la donna che invece ti ha costretto ad amarla, col quel suo gioco minuzioso e astuto di dare e togliere, di piangere e affermare.
E allora Il filo nascosto è tutto un salire e scendere di scale, un mettersi abiti e togliersi abiti, uno stare un città e un andare in campagna, un litigare e ritrovarsi, sempre sotto gli occhi di una sorella che è il fantasma della Madre fatto di carne, mentre il fantasma quello vero sparisce quanto Lei entra nella stanza mentre stai male, e ti cura: perché è Lei che ti ha fatto star male e solo lei può guarirti.

È tutto così, tutto intrecciato, Lui e Lei, qui e lì, e le stoffe e i fili che vengono cuciti, uniti per sempre dagli aghi che entrano e escono dal tessuto e feriscono la carne, e la bellezza esteriore degli abiti e quelle piccole etichette, quelle piccole parole ricamate nascoste dentro, perché dentro una fodera o un orlo ci può stare di tutto, e una volta che quella cosa è stata cucita lì, dentro, sarà invisibile ma anche inamovibile e tutt’uno con ciò che si vede, come l’amore, come quel filo nascosto che ti lega anche se tu non te ne accorgi, anche se tu non vuoi, o anche se vuoi, perché è la stessa cosa.
Dentro e fuori, evidente o nascosto, chiaro o negato: è sempre la stessa cosa.
Perché tutto, in Il filo nascosto, è così limpido, dichiarato, essenziale, elegante, ma allo stesso tempo misterioso, taciuto, complicato, sporco. Non opposizioni, ma intrecci. Gli intrecci dell’amore, del potere, del piacere e del dolore, del maschile e del femminile, di una fame perversa che solo chi ci nega il cibo può saziare. Di quel io so che tu sai che io so che non finisce mai, e che passa dall’uno all’altra.
Gli intrecci splendidi di un film che è un capolavoro opprimente e liberatorio, capace di far venire i brividi per le emozioni che evoca, disegna, racconta. Che ti sfida, ti strema, ti esalta, ti affama e ti riduce uno straccio, e che quando arriva alla fine non fa altro che farti ripetere con lui: “Ma adesso siamo qui, e io ho fame.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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