Il contagio Recensione

Titolo originale: Il contagio

156

Il contagio: recensione del film con Vinicio Marchioni e Anna Foglietta

-
Il contagio: recensione del film con Vinicio Marchioni e Anna Foglietta

Periferia, ancora periferia al cinema, periferia post-pasoliniana, periferia dai colori caldi anzi quasi aranciati, periferia arroventata dove una "pippata" di coca è il relax e l’alba un armistizio con birra gelata, periferia in cui i pensionati sono in caduta libera, i criminali vigliacchi finiscono in prigione e i professori malati di malinconia si lasciano incantare dai muscoli guizzanti di una ragazzo di vita inquieto ed eternamente bambino. Periferia di un caseggiato color salmone che la macchina da presa di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini mostra balcone dopo balcone come in una "finestra sul cortile" del Quarticciolo per poi fermarsi giusto un istante, come a dire, sì, "lasciate ogni speranza o voi che entrate", ma anche per carpire sprazzi di gioia immotivata in un caleidoscopio di disperazioni che passano per la povertà, la schizofrenia, la violenza sulle donne, il fatalismo e i compromessi. 

Comincia con questa istantanea quasi rubata così simile a un fondale di teatro cinque-seicentesco Il contagio, coraggiosissimo tentativo di tradurre in un insieme organico di scene dialogate un libro che è una raccolta di parole colte di sorpresa e di dati umani in forma di flusso di coscienza, il flusso di coscienza di Walter Siti, che, in una storia divisa in due momenti, registra prima brandelli di conversazioni e di destini passando in rassegna una moltitudine di personaggi e poi si concentra sulla discesa agli Inferi di uno di essi: il taciturno Mauro, che da piccolo spacciatore con un appartamento con tre bagni, nicchie nei muri e fitto bloccato a 70 Euro al mese diventa motore di una cooperativa che lucra sui fondi per un centro d’accoglienza per i rifugiati e precipita verso un inferno situato nel rione Prati dove muore un po’ ogni giorno. 

La bipartizione è spiazzante (e imprevista), ma Botrugno e Coluccini la rispettano, prendendosi tuttavia la libertà di ordinare il caos scegliendo 16 individui e focalizzandosi, oltre che su Mauro, su Marcello che non sa cosa sognare su sua moglie Chiara, donna "vinta" nel senso "verghiano" del termine che porta sulle spalle un po’ ingobbite il peso di una devastazione interiore che abbraccia ogni anima in pena della Scala A di Via Vermeer. Nel passaggio dalla pagina scritta all'immagine, Il contagio muta pelle e si spoglia quasi completamente della sua connotazione di carnevale triste eppure buffo e si fa cupo, impietoso, durissimo, salvo aprirsi, di tanto in tanto, a pause poetiche, a istanti in cui la morsa si allenta e la musica diventa protagonista, a sottolineare stati d’animo quasi sempre carichi d'angoscia, l'angoscia delle speranze cancellate.

E così la prima metà del film va, con un immenso Vinicio Marchioni e una dolente e misurata Anna Foglietta che tradiscono nella precisione della loro interpretazione il lungo lavoro di preparazione. Insieme a Maurizio Tesei, sgomitano fra personaggi secondari che sembrano voler recuperare il lato scanzonato del romanzo di partenza. Peccato che qualcuno finisca per forzare troppo la mano, chi facendo il verso ai coatti di borgata e chi lanciandosi in siparietti da soap opera partenopea. Ma c’è un’energia che comunque si sprigiona, e che si percepisce, che ci piove addosso, la stessa che provoca struggimento nel cuore intenerito del Walter di un Vincenzo Salemme anche lui da 10 e lode, finalmente alle prese con un ruolo drammatico.

E’ invece nella seconda parte, più breve, dallo stile più geometrico e dai colori più freddi, che Il contagio esaurisce parte della sua carica e, con Mauro, perde la bussola. Rabbioso e scontroso, il personaggio vive una crisi interiore le cui motivazioni recondite restano parzialmente inspiegabili e finisce per essere teatrale: nei gesti, nelle parole, negli atteggiamenti. Anche la Roma in cui si muove, che non è l’opulenta capitale italica de La grande bellezza né una Suburra piovosa, diventa ricettacolo di un’umanità che sfiora il cliché, fra palazzinari, politici corrotti, affaristi di dubbia provenienza, criminali fumettistici, cinquantenni sessualmente aggressive. Volutamente Botrugno e Coluccini la rendono squallida, volgare e "imborgatata", ma è una Sin City troppo brutta per essere vera e troppo poco viscerale per imprimersi negli occhi di chi la guarda.

Meglio la frenesia della prima ora e la lotta quotidiana di chi non può permettersi lo stress e perfino nel più amaro dei fallimenti non perde mai la dignità. Meglio Marcello, Chiara e il Professore, bei regali di un film che giustamente rischia.    

Il contagio
Il trailer del film - HD
5769


Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
Lascia un Commento