I fratelli De Filippo: la recensione del film di Sergio Rubini

24 ottobre 2021
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Ne I fratelli De Filippo Sergio Rubini narra la formazione del trio del Filippo con una storia tipicamente all’italiana, un racconto anche di formazione evocativo più che mimetico. La nostra recensione.

I fratelli De Filippo: la recensione del film di Sergio Rubini

Chi di noi non ha un suo personalissimo ricordo dei fratelli De Filippo? Qualcuno rammenterà Eduardo, con le sue guance scavate, la sua magrezza e la sua fronte, alta chiedere al figlio Nennillo: "Te piace o' presepe?" in una replica della versione televisiva di Natale in casa Cupiello, trangugiata magari davanti a un piccolo televisore a tubo catodico rigorosamente in bianco e nero. Qualcun altro penserà all'immensa interpretazione di Titina nei panni di Filumena Marturano nell'omonimo film. Altri ancora non dimenticheranno mai a Peppino che duetta con Totò in Totò, Peppino e e la... malafemmina o ne La banda degli onesti.

In ognuno di questi casi, però, l’immenso trio di figli illegittimi di Eduardo Scarpetta difficilmente riuscirà a scrollarsi di dosso la polvere del tempo e del mito, e a uscire dall’immaginario collettivo recuperando un'urgenza di essere ri-raccontato nella sua essenza più profonda e riconquistando umanità, verve giovanile, senso di rivalsa. E allora dobbiamo ringraziare Sergio Rubini perché l'urgenza è stato lui a sentirla fortissima e ineludibile, tanto da dedicare sette anni della propria vita artistica a studiare, ricercare e documentarsi per costruire una origin story del terzetto che parlasse di talento e di rivoluzione del teatro, di ferite familiari profonde, di personalità complesse e di compromessi, invidia e frustrazione.

Il regista, intelligentemente, è partito dall'infanzia di Eduardo, Peppino e Titina, cresciuti da una madre affettuosa e prede, ciascuno a suo modo, della fascinazione per il teatro con le sue scenografie, le sue spade finte, l'odore della cipria, gli applausi scroscianti del pubblico. Si è soffermato poi su uno Scarpetta "descarpettizzato", come dice lui, un Mangiafuoco anaffettivo ed egocentrico, eccelso nella sublime arte della recitazione ma incarnazione del "vecchio", in altre parole della farsa. Se Rubini si è mosso in questa direzione, è perché gli stava a cuore narrare la rabbia e la spinta di chi parte da una posizione e di svantaggio, e con industriosità e caparbietà raggiunge un obiettivo: perché è questo che noi italiani brava gente e con la valigia di cartone abbiamo sempre fatto, imbarcandoci su una nave diretta a Ellis Island o spostandoci dalla Sicilia alla fredda e nebbiosa Milano.

"Volevo raccontare la formazione del trio De Filippo come se si trattasse di una band, come se fossero i Beatles" - ha detto Sergio Rubini a se stesso e al suo produttore prima di mettersi all'opera, e lo ha fatto con partecipazione emotiva, captando l'energia creativa di tre personalità inquiete e diversissime fra loro e restituendoci l'air du temp. Aiutato dal direttore della fotografia Fabio Cianchetti e dalla scenografa Paola Comencini, è andato a cercare la Napoli che più somigliava a quella degli anni '30, curando ogni minimo dettaglio e fissando talvolta i suoi personaggi in tableaux vivants che ricordano la pittura ottocentesca partenopea e i suoi riferimenti, senza però mai sovraccaricare il film rendendolo barocco o flamboyant. Sul palcoscenico ha invece creato una cesura anche cromatica fra il prima e il dopo, fra la tradizione ottocentesca e il realismo eduardiano che avrebbe condotto più tardi al Neorealismo.

Ma concentriamoci sulle parole "più tardi". Partendo dal presupposto che gli anni della notorietà dei De Filippo e dei loro dissapori siano cosa nota ai più, il regista ha voluto inserire ne I fratelli De Filippo delle epifanie, dei non detti pieni di rancore che alludono al tempo dei grandi dissapori. Ha lavorato insomma sul sottinteso e sul sottotesto, e chissà che prima o poi non gli venga voglia di girare un sequel, anche se, così facendo, navigherebbe nel territorio del noto e dell'iconico.

Omaggio al teatro e a una finzione che parla della realtà più dura e che al giorno d'oggi viene scartata a favore dell'evasione, se non altro dal cosiddetto popolo bue, I fratelli De Filippo si fa apprezzare anche per la scelta di affidare i ruoli di Eduardo, Peppino e Titina ad attori non certo noti, evitando la falsità del trucco esagerato e impedendoci di vedere l'attore oltre il personaggio. Mario Autore, Domenico Pinelli e Anna Ferraioli Ravel sono stati bravi a seguire le indicazioni di Sergio Rubini, e, invece di imitare i tre mostri sacri, sono riusciti a evocarli, un po’ come si fa con i fantasmi dei nostri cari.

I fratelli De Filippo
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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