Hill of Vision: recensione del film sull’infanzia dello scienziato Mario Capecchi

15 giugno 2022
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Roberto Faenza si tuffa fra le pieghe della storia del '900 per raccontare la difficile infanzia del Nobel per la Medicina Mario Capecchi. Lo fa con Hill of Vision, un film che parla anche del presente e infonde speranza.

Hill of Vision: recensione del film sull’infanzia dello scienziato Mario Capecchi

Ci sono registi che hanno il dono di rappresentare l'infanzia senza retorica, paternalismo, distacco, e soprattutto senza superficialità. Fra questi c'è indubbiamente Roberto Faenza, che si è imbattuto in una storia vera che per la sua eccezionalità e straordinarietà andava necessariamente raccontata, ed era più avventurosa di un film o di un libro per ragazzi. Parliamo dell’infanzia turbolenta di Mario Capecchi, premio Nobel per la medicina e scienziato le cui ricerche nell’ambito della genetica molecolare hanno segnato un passo importante nella cura di inclementi malattie.

Hill of Vision, fortemente voluto dal regista e dalla produttrice Elda Ferri, nasce dalle lunghe chiacchierate fra il filmmaker e Capecchi, il primo intento a trovare "luoghi dell’anima", il secondo felice di condividere la sua rocambolesca vita e di contribuire a un racconto cinematografico capace di trasmettere un messaggio di speranza a chi naviga con un guscio di noce nel mare tempestoso della povertà e dell'abbandono.

In tempi di Covid e di guerra, il film di Faenza si ritrova così ad essere attuale, in altre parole a parlare del presente attraverso un affresco del passato, e ricordando anche che i bambini vanno tutelati, protetti, perché saranno gli adulti di domani, adulti resi forti dalle esperienze negative ma inesorabilmente segnati.

Con l’intraprendenza di un personaggio dickensiano, il piccolo Mario deve imparare a cavarsela da solo mentre l'Italia è in guerra, e in questa parte del film Roberto Faenza mescola abilmente la tragedia con un po’ di leggerezza se non addirittura comicità. Così Mario, insieme a una ragazzina coraggiosa che si fa chiamare Frank e un bambino muto di nome Fratello, corre impavido in mezzo a bombe e macerie, diventa pestifero come il monello del film di Charlie Chapline strizza l'occhio al protagonista di Jojo Rabbit. E tuttavia, se i giovanissimi attori di questa prima metà di Hill of Vision sono bravi, altri personaggi, di per sé non abbastanza approfonditi, sono resi caricaturali dal gioco di chi li interpreta: è il caso del papà di Mario, fascista convinto e uomo ottuso e frustrato che ha il volto di Francesco Montanari. E’ in un simile contesto che si fa strada il tema fondamentale del film, che invita alla resilienza e a non perdere mai la speranza. La vicenda di Capecchi ci insegna che è proprio nelle avversità che si comincia a diventare uomini d'ingegno, e che la fame alimenta l’arguzia e la genialità.

La seconda parte di Hill of Vision, ambientata in Pennsylvania, ha un passo molto differente dall’odissea del bambino di guerra. Mario è più grande e sua madre soffre di disturbi mentali, e tocca ai suoi zii quaccheri educarlo alla disciplina. Il personaggio ha qui il volto di Jake Donald-Crookes, attore espressivo e sempre a fuoco, e la narrazione ha un passo più lento, che permette di scavare nella psicologia di Mario e di testimoniare in maniera accurata la nascita del suo amore per la scienza. Anche stavolta, però, il problema è nei personaggi di contorno, ad esempio il preside della scuola, e il cambio di ambientazione e soprattutto di tono, o meglio la spaccatura fra la prima e la seconda metà, toglie immediatezza al film. Eppure Capecchi si è commosso quando si è visto in Hill of Vision e le sue emozioni, autentiche, vanno rispettate, riconoscendo nello stesso tempo il rispetto e la grande umiltà di Roberto Faenza, e anche la sua delicatezza, oltre al suo desiderio che il film possa davvero consolare e invitare a rialzarsi. E poi c’è una bella colonna sonora che dobbiamo ad Andrea Guerra e uno straordinario montaggio sonoro, e non è poco. Il prossimo personaggio reale che il regista racconterà è Alda Merini: vorremmo più intensità e continuità.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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