Heart of the Sea: recensione del film di Ron Howard sulle origini di Moby Dick

03 dicembre 2015
3.5 di 5
12

Lavoro stilistico di forte impatto, prezioso valore storico, ma narrativamente non emerge.

Heart of the Sea: recensione del film di Ron Howard sulle origini di Moby Dick

Con le immagini di Rush ancora vivide nella memoria, ci si rende conto di quanto Heart of the Sea sia una sorta di estensione stilistica di quella sfida nella Formula Uno degli anni 70 tra Niki Lauda e James Hunt. Entrambi i film sono tratti da fatti realmente accaduti, entrambi sono interpretati da Chris Hemsworth, fotograti da Anthony Dod Mantle e diretti da Ron Howard. La monoposto diventa un veliero, il mare increspato sostituisce l’asfalto, il trofeo non è il titolo mondiale di F1 ma l’olio di balena.

Lo stile registico è lo stesso, con la macchina da presa spesso appoggiata a terra e con l’uso delle camere Go Pro montate su alberi e balaustre dell’imbarcazione Essex, così come color correction e vignettatura delle immagini. In Rush le dominanti di colore erano il rosso e il giallo, in Heart of the Sea sono l’azzurro e il verde. Al di là dei ritocchi in computer grafica, la fotografia di Dod Mantle esaspera la luce naturale che irrompe dalle finestre o filtra prepotentemente tra le nuvole. Il tocco estetico generale cerca personalità e la trova, la storia invece arranca leggermente.

Anche a livello narrativo si intravede una continuità con Rush e altri precedenti film di Ron Howard. Si raccontano nuovamente personaggi carichi di ossessioni, cocciuti e individualisti, ansiosi di dissetare il proprio ego. La competitività tra il capitano Pollard e il primo ufficiale Chase ricorda quella tra Lauda e Hunt o tra Frost e Nixon. Heart of the Sea è innegabilmente ben scritto, nonostante perda ritmo quando i tre tronconi narrativi dovrebbero intersecarsi.

Il film inizia come un racconto in flashback di uomini caparbi, lupi di mare che navigano per mesi, se non anni, a caccia di capodogli e del loro prezioso grasso. A metà l’uomo si scontra con la natura che assume le sembianze di una gigantesca balena bianca e pecca di arroganza. Il terzo atto è l’estenuante lotta per la sopravvivenza. Una sorta di cucitura narrativa la fa il dialogo parallelo tra uno dei sopravvissuti, ormai vecchio, e Herman Melville che si sta annotando ogni sillaba con voracità per scrivere il romanzo che lo renderà famoso.

Oltre alle ossessioni, all’avventura, alla fame e alla sete in mare aperto, Heart of the Sea getta un rapido sguardo alla società della prima metà dell’800. La brutale pratica della caccia ai cetacei era l’unico modo per ottenerne la principale fonte di energia dell’epoca. Il grasso di balena, convertito in olio, era impiegato come combustibile per le lampade, prima che qualcuno scoprisse che quell’altro genere di olio del sottosuolo potesse servire allo stesso scopo. Il valore storico del film non è da sottovalutare ed è un peccato che la spettacolarità soffra per l’abitudine che il nostro occhio si è fatto di fronte ai film in cerca di epicità. 



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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