Gretel e Hansel: la recensione dell'horror di Oz Perkins

20 agosto 2020
3.5 di 5

Arriva per la prima volta nei nostri cinema con Midnight Factory, etichetta di Koch Media Italia, un film diretto da uno dei nuovi e più interessanti nomi del cinema horror comporaneo. E ancora una volta Oz Perkins non delude.

Gretel e Hansel: la recensione dell'horror di Oz Perkins

Lui si chiama Osgood, Osgood Perkins, ma per tutti è Oz. E sì, è il figlio maggiore dell'Anthony di Psycho. E pure nipote di Marisa Berenson e di Elsa Schiapparelli, se è per questo.
Ma, nome e albero genealogico a parte, quel che davvero importa sapere di Oz Perkins è che uno dei nuovi autori più interessanti del cinema horror americano contemporaneo, e che questo Gretel e Hansel - che è la sua opera terza dopo il folgorante esordio di February - L'innocenza del male e il successivo Sono la bella creatura che vive in questa casa, che trovate disponibili rispettivamente su Amazon Prime Video e su Netflix - lo conferma pienamente.
Nel titolo c'è già praticamente tutto: il nuovo film di Perkins, basato su una sceneggiatura di Rob Hayes, è una versione rivista della classica e spaventosa fiaba dei fratelli Grimm dove in primo piano è messa la questione femminile e femminista, con la Gretel di Sophia Lillis (quella di It, qui ancor più brava che non lì) nei panni di una ragazzina sul punto di trasformarsi in una donna, con tutto ciò che questo comporta, e che deve imparare a cavarsela da sola per salvare sé stessa e il suo fratellino da un mondo brutto e cattivo prima, e dalla Strega che vuole mangiare Hansel poi, usando arti (oscure, ma solo per necessità di copione) tutte femminili e dovendo scegliere se declinarle nell'oscurità, o invece dirigendosi verso la luce.

Per quanto tutto questo - l'empowerment femminile, il rapporto col materno  - possa essere interessante, e per quanto possa essere ritenuto lecito se raccontato da due uomini, in tempi in cui pare che ognuno possa parlare solo per sé stesso e per le sue appartenenze, mortificando così quell'esperienza fondamentale che è lo sguardo dell'altro su di noi, Gretel e Hansel non è uno di quei film che mettono i loro temi e le loro riflessioni, eventuali, prima dell'esperienza dello spettatore. Se proprio, è invece uno di quei film che cercano di dare forza a certi ragionamenti facendoli brillare di luce riflessa, dove la fonte primaria della luminosità - si fa per dire - è nella cura maniacale di una cupissima messa in scena.
Con i suoi film precedenti, e con il primo in particolare, Perkins aveva dimostrato di essere un abile narratore e un ottimo creatore di atmosfere. In Gretel e Hansel le atmosfere sono magnifiche, e fondamentali.
I maligni potrebbero sostenere che Perkins ha modellato lo stile visivo (e pure quello narrativo) del suo film su molti film della A24, società di produzione indie e dallo stile molto cool che ha effettivamente un'estetica molto riconoscibile; che, per fare un esempio chiaro, abbia canalizzato molto del The Witch di Robert Eggers.
Ma, per quanto ci siano indubbie analogie, Gretel & Hansel è chiaramente un film di Perkins, dotato di una personalità tanto forte e tanto precisa da smentire nei fatti ogni ipotesi di eccesso di derivazione.

Quello messo in scena da Perkins con una precisione geometrica e implacabile, e dove le apparenti simmetrie vengono sempre irrimediabilmente turbate da piccole imprecisioni, o da elementi che rompono un equilibrio, è un mondo ipnotico e angosciante, che attrae e perturba allo stesso tempo, così come la casa e il comportamento della Strega fanno per la giovane Gretel.
Allo stesso modo, Gretel e Hansel è un film che non aggredisce lo spettatore con spaventi e effettacci di bassa lega, ma è capace di prenderlo per sfinimento, per accumulo di angosce e segnali esoterici, e di costringerlo a rivolgere lo sguardo lì dove non si vorrebbe, e dove l'orrore assume sempre sembianze insolite e familiari, assieme, quintessenza del perturbante.
Si potrebbe obiettare, non senza ragioni, che l'ossessione per la cura formale di Perkins gli ha fatto prendere qualche sbandata narrativa nel finale, dove la risoluzione dei conflitti di Gretel (quello interiore con le proprie pulsioni e quello esteriore con la Strega, che poi sono la stessa cosa) avviene in maniera un po' frettolosa, e frettolosamente la ragazza, diventata donna a tutti gli effetti, si separa dal fratello Hansel affinché entrambi seguano liberamente le strade che sono destinati percorrere (l'empowerment femminile, ricordate?).
E però sono complessivamente peccati veniali, che si perdonano volentieri a un film che non solo gioca tutto sommato alla pari col modello originale (quello di The Witch), ma che rivendica con visionarità e autonomia un ruolo di primo piano per il suo autore nel panorama horror contemporaneo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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