Grand Tour: recensione del film di Miguel Gomes in concorso al Festival di Cannes 2024

23 maggio 2024
3.5 di 5

Il regista portoghese si riallaccia al suo Tabu, e racconta una storia d'amore infelice che attraversa tutta l'Asia, mettendo in parallelo il passato di quei luoghi col loro presente. Il film sarà presto nei cinema italiani con Lucky Red. Ecco la recensione di Grand Tour di Federico Gironi.

Grand Tour: recensione del film di Miguel Gomes in concorso al Festival di Cannes 2024

C’è un uomo, si chiama Edward. È un funzionario amministrativo inglese nella Birmania del 1918. Edward riceve un telegramma: la sua fidanzata Molly lo sta per raggiungere: vuole si sposino. Senza che le ragioni siano chiare - forse paura, forse codardia, forse altro - Edward fugge da Rangoon prima che lei arrivi. Prima tappa, Singapore. Ma lei è sulle sue tracce. E allora Bangkok, Saigon, e poi il Giappone, e la Cina.
Miguel Gomes ce ne racconta quel che, appunto, sembra un grand tour per tutto il sud est asiatico. Poi abbandona Edwards inizia a raccontarci invece il viaggio di Molly: stesse tappe, incontri diversi.
E però Grand Tour comincia nel presente: immagini a colori di ragazzini attorno a una giostra, chissà dove in Indocina. E anche quando racconta di Edward, il portoghese inframmezza quel suo passato con riprese di quei luoghi nel nostro presente.

L’operazione è molto simile a quella di Tabu: il passato che collassa e trova senso nel presente, o viceversa; il mito effimero, sbiadito e sbriciolato dal tempo, del colonialismo e la sua revisione critica; l’amore vissuto come impossibilità, come miscela di melodramma e comicità paradossale; l’uso della voce narrante come veicolo primario della parola. Forse, allora, non c’è la stessa originalità, ma Gomes - uno dei più geniali e originali creatori di immagini e di cinema dei nostri tempi - è capace di donare un fascino particolare, e suggestivo, alla stralunata vicenda che mette sullo schermo.

Più che la storia di Edward e Molly, e il suo rispecchiare da un lato il vuoto di un’esistenza, e dall’altro la drammatica impossibilità di riempirla, a colpire di Grand Tour sono le immagini con cui Gomes racconta l’Asia, la sua realtà, le radici profonde di quel che è oggi. Anche in questo caso c’è un alternanza tra passato e presente, perché Gomes ha scelto il 16mm in bianco e nero (ma non solo), per il suo film, ma a causa del Covid è stato anche costretto all’utilizzo di tecnologie contemporanee: molte riprese sono state da lui controllate da remoto, da Lisbona, col supporto di troupe locali dirette in tempo reale. Per tutto il resto, ci sono stati i set di Cinecittà.

Rispetto a Tabu tutto è più mescolato, sospeso, a volte ermetico: volutamente. Rispetto al capolavoro Le mille e una notte, manca quasi del tutto il principio dell’affabulazione e del gusto del racconto (un po’) più tradizionalmente inteso, sostituito dalla voglia di evocare e suggerire, più che di esplicitare.
E allora magari Gomes non dirà molto che non abbia già detto, ma il suo Grand Tour è comunque un viaggio visionario nel tempo e nello spazio, che esplora le potenzialità contemporanee del racconto per immagini e che è capace di sprazzi di grandissimo cinema: carico di spessore teorico ma anche, sempre, di felicissima ironia.

Assieme al meraviglioso ballo a tre di Parthenope di Paolo Sorrentino sulle note di “Era già tutto previsto” di Cocciante, la sequenza più bella tra quelle viste a Cannes 2024 è proprio quella in cui Gomes racconta un incrocio di Saigon brulicante di scooter e motorette accompagnato dal valzer “Sul Bel Danubio Blu” di Johann Strauss: un'odissea non più nello spazio, ma nello spazio abissale del presente.
È solo un esempio di come il portoghese, con apparente semplicità, sia di mostrare qualcosa con approccio quasi documentaristico, e di utilizzare il tempo, il movimento e la musica per aprire squarci di suggestioni, estetiche e intellettuali.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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