Gemini Man, la recensione dell'action con Will Smith diretto da Ang Lee

27 settembre 2019
2.5 di 5

Un tour de force tecnico, ma la sostanza non sembra all'altezza dello sforzo.

Gemini Man, la recensione dell'action con Will Smith diretto da Ang Lee

Quando l'infallibile killer Henry Brogan (Will Smith) decide di ritirarsi, i suoi superiori vogliono terminarlo: essendo però il migliore del suo campo, potrà essere soppresso soltanto da... se stesso. L'infido Clay Verris (Clive Owen), che un tempo lo addestrò, gli mette dunque alle costole un clone realizzato in laboratorio: aiutato solo dall'amico Baron (Benedict Wong) e dall'agente Danielle Zakarweski (Mary Elizabeth Winstead), Henry dovrà venire a capo della situazione.

Bisogna dare atto ad Ang Lee che è uno dei pochi cineasti a mettere in discussione lo status quo tecnico cinematografico. Gemini Man è un lungometraggio concepito per attirare l'attenzione sulle sue tre principali prodezze tecniche, due delle quali non nuove ma che in questo caso lavorano in sinergia con la terza. Lee aveva già sperimentato la ripresa a 120 fotogrammi al secondo abbinata al 3D nativo con il precedente Billy Lynn: Un giorno da eroe, ma i contenuti di quel film non si prestavano troppo a esaltarne i risvolti positivi. Una ripresa a 120fps comporta il quasi totale annullamento nell'effetto "blur" di sfocatura nei singoli fotogrammi, con una nitidezza superiore a quella garantita dai canonici 24, grazie alla velocità aumentata dell'otturatore. Come accadde per i 48fps dello Hobbit, la differenza è tuttavia più evidente nei momenti concitati e nei movimenti di macchina sensibili, risultando trascurabile nei normali dialoghi pacati.

L'idea di Lee è che, combinando l'High Frame Rate con il 3D, si trascini lo spettatore nell'azione, quasi abbattendo la barriera dello schermo, tirando in ballo il concetto di "realismo" (sempre pericoloso da maneggiare perché tutt'altro che oggettivo). Nelle sequenze d'azione estreme di Gemini Man, lo sforzo paga, è impossibile negarlo: l'occhio che può essere abituato a una tale fluidità e nitidezza nei videogiochi o nella recente tendenza di YouTube ad aprirsi ai 50 e 60fps, rimane spiazzato dal vivere quest'esperienza sul grande schermo. Non ci spingeremmo enfaticamente a considerare l'High Frame Rate in 3D come il futuro del cinema, ma non c'è motivo di non accogliere questa combinazione come un altro dei mezzi a disposizione dell'arte che seguiamo.

Gemini Man tuttavia non si limita a essere un secondo più adatto palcoscenico di questa proposta tecnica, dopo il passo falso (nel marketing) di Billy Lynn. Per la prima volta, complice la WETA Digital, Hollywood ci chiede di accettare la versione sintetica di un attore conosciutissimo, come se fosse una persona in carne e ossa, presente in scena. Il giovane Henry infatti non è stato ottenuto con tecniche di de-aging digitale su Will Smith cinquantenne, bensì ricreando da zero un modello in CGI dell'attore quando aveva vent'anni, mosso però in performance capture da lui stesso, in post-produzione. Funziona? Incredibilmente bene quando la luce non è tanta, la camera non indugia troppo a lungo sui primi piani, e magari ci troviamo in scene concitate. Il famigerato effetto "uncanny valley" fa capolino invece in condizioni più serene, specialmente nel finale. Tra High Frame Rate, 3D e attore digitale, Ang Lee sfida dunque la nostra percezione dell'audiovisivo in un solo film.

Il guaio è che l'impegno sul versante tecnico in Gemini Man ci è sembrato inversamente proporzionale a quello artistico. La sceneggiatura di David Benioff, Billy Ray e Darren Lemke non resiste ad annegare i possibili intriganti temi del racconto (clonazione, guerra necessaria) in un agire dei personaggi superficiale e incoerentemente spiritoso, ottenendo un'atmosfera da goffo B-Movie che Lee non corregge con idee originali di regia reali, che vadano oltre la sperimentazione tecnologica. L'impianto narrativo rimane puerile e semplicistico fino a un interessante monologo del villain, un barlume di quello che il film sarebbe potuto essere. Il risultato perciò è un'interessante demo di un cinema tecnicamente alternativo a quello a cui siamo abituati, con la debole forza emotiva di uno di quei video, magari più brevi, che ci stupirebbero nell'attrazione di un parco a tema.

NOTA IMPORTANTE: Le sale nel mondo attrezzate per la proiezione in 120fps e 3D si contano sulle dita di una mano. Gemini Man viene distribuito, oltre a una sconsigliata versione a 24fps standard, in una fortemente suggerita 60fps 3D. La scelta dei 120fps, rispetto ai 48fps dello Hobbit, è stata dettata proprio dalla possbilità di ottenere, con una riduzione uniforme dei fotogrammi e senza troppe manipolazioni, versioni a 24 e 60 compatibili con tutte le fruizioni cinematografiche e successivamente casalinghe (120:5=24, 120:2=60). Per questa recensione abbiamo visto il film a 60fps. 



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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