Free State of Jones: la recensione del dramma storico con Matthew McConaughey

28 novembre 2016
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Una storia vera ambientata durante la Guerra di secessione americana.

Free State of Jones: la recensione del dramma storico con Matthew McConaughey

È indubbio che il cinema americano stia aumentando la sua attenzione sul racconto delle pagine più cupe del rapporto fra il suo passato e la minoranza afroamericana, sul razzismo come peccato originale su cui la nazione contemporanea è stata edificata. Nell’anno di The Birth of a Nation, ma anche delle rinnovate tensioni nelle strade, Gary Ross torna a cimentarsi con i miti fondativi americani, positivi o negativi che siano.

L’autore del racconto sull'epoca d'oro degli anni '50 resa favola, Pleasantville, e del mito che risollevò la speranza del popolo americano provato dalla Grande depressione, Seabiscuit, scava nel ventre molle del razzismo durante la Guerra di secessione, isolandone un’enclave utopica in Free State of Jones.

Per farlo si affida al rodato accento del sud del texano Matthew McConaughey, nei panni di Newt Knight, soldato dell’esercito confederato che diserta e si ribella all’ordine costituito guidando una rivolta che portò la piccola contea di Jones, con l’aiuto di contadini e schiavi neri, a separarsi dagli stati della Confederazione. Una piccola vicenda esemplare, la prima comunità di razza mista nata dopo la tragica ferita della guerra civile, in seguito al matrimonio di Knight con l’ex schiava Rachel.

Nonostante trailer e manifesto lo propongano come un film di guerra, i momenti sul fronte si limitano ai primi venti minuti, concentrandosi per il resto sul ritorno a casa, sul rapido superamento della soglia di sopportazione di una dinamica sociale resa ancora più estrema dal conflitto. Come in The Birth of a Nation è la storia di una rivolta, ma qui non ci sono predestinati da Dio, decapitazioni intonando versi della Bibbia; la proposta alternativa è utopistica, si concretizza in un laboratorio sociale e politico alternativo.

Intenzioni lodevoli, sviluppo ponderoso, Free State of Jones trasmette bene la precarietà di vite appese a un filo, non solo sul fronte, ma anche nella quotidianità delle proprie case. Un malsano mondo in cui il coraggio non è raccontato in prima linea, ma nelle retrovie, nell’alzare lo sguardo e conoscere il proprio vicino, pur lontano per esperienze e colore della pelle. Il ritmo qualche volta zoppica, impedisce una totale partecipazione alle vicende raccontate, perdendosi poi in un poco interessante salto in avanti a conoscere il nipote di Knight, processato alla fine degli anni ’40, in Mississipi, per il suo matrimonio misto.

La bulimia nel racconto di troppi avvenimenti diversi fa perdere la rotta, il cuore pulsante del film: una figura di grande interesse come quella di Knight (in italiano, cavaliere!) e la sua comunità, le cui dinamiche interne vengono alla fine poco sviluppate. Più un puzzle di eventi e personaggi che un funzionale racconto in cui ogni sua parte contribuisca alla costruzione d’insieme, con stringente consequenzialità.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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