Ferro: recensione del documentario su Tiziano Ferro

05 novembre 2020
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Ferro ci restituisce un'immagine inedita di Tiziano Ferro, privata, familiare e intima, raccontandoci con onestà e rispetto la sua battaglia con l'alcol e la sua ritrovata serenità.

Ferro: recensione del documentario su Tiziano Ferro

Tiziano Ferro ha esordito nel mondo della musica chiedendo scusa, domandando perdono con la X, e scrivendo la parola con la X su una panchina che è diventata meta di pellegrinaggi. Anche in Ferro la voce maschile italiana più bella degli ultimi 20 anni comincia a mettersi a nudo con un'ammissione di debolezza e di fragilità, dicendo a Beppe Tufarulo che lo filma: "Mi dispiace, ho sbagliato. La verità mi ha sempre curato".

Verità e cura: ecco le parole chiave del documentario Amazon Prime Original che è "un po' storia, un po' diario, un po' terapia, un po' testamento". Verità perché il racconto intimo di un uomo che sembra ormai pacificato e che gronda sincera empatia prende l'avvio con una riunione degli alcolisti anonimi e con l'ammissione di essere precipitato nell'oscuro tunnel dell'alcolismo, strada spesso senza uscita che si percorre sempre in solitudine. Cura perché a Tiziano sta a cuore la ricostruzione più che il problema, il rialzarsi più che il cadere e soprattutto le cicatrici, che hanno un ruolo essenziale nell'esistenza di ciascuno di noi e che ci ricordano che le ferite possono rimarginarsi.

Di cicatrici l'ex ragazzo da 111 chili che a scuola veniva preso in giro, e che ha conosciuto il successo solo quando è diventato magro, ne ha diverse, e sorprende la sua voglia di mettersi a nudo in un doc da lui fortemente voluto, e di ammettere di aver considerato la fama un ostacolo nonché di essere sempre stato attraversato da un'inquietudine di fondo generata da una grande sensibilità e da parole che pesavano come macigni. Stupisce e commuove anche la sensibilità di un uomo che è vivo grazie alla musica e che ha deciso di dire no alle immagini patinate del classico documentario o biopic su una popstar o rockstar. E infatti, al di là di una parte iniziale che narra l'ascesa di Tiziano ma in cui si avverte sempre la nota stonata di un senso di non appartenenza, Ferro non si cura delle borse sotto gli occhi del suo protagonista né si lascia andare a una febbrile esaltazione di un artista universalmente osannato.

No, il film, che è tutto negli occhi che ridono di Tiziano Ferro, è anche la cronaca di una quotidianità che sfiora orgogliosamente il prepensionamento, perché il nostro, arrivato a 40 anni, ha capito di amare le serate casalinghe e ha il coraggio di dire: "L'unico tour che mi piace fare è quello fra le corsie del supermercato con il mio carrello". E al carrello pieno di delizie alimentari, o meglio alla vita a Los Angeles del cantante, è dedicata la parte intermedia di Ferro, che sulle prime appare come la meno accattivante, ma che, a ben guardare, ci restituisce un ritratto davvero inedito di un uomo che incarna il meglio dell'italianità: l'allegria, l'apertura mentale, l'affettuosità, il senso profondo della famiglia. Tiziano Ferro sceglie di inserire nel documentario scene dal suo doppio matrimonio con Victor Allen e di rientri a casa con una bassotta sovrappeso. Non guarda in macchina Tiziano, non fa la star. Semplicemente, torna a vestirsi di un colore che è il suo e, con gli sguardi e con le parole, ci regala attimi di intensi.

Non ha un linguaggio innovativo Ferro e nemmeno una perfezione tecnica degna di un Wim Wenders o Werner Herzog, ma ha una grande potenza, che sta quasi tutta nel cuore immenso del suo protagonista, narrato senza voyeurismi e mostrato in tre diverse città: Milano, Los Angeles e Latina. Ed è a Latina che si svolge il bel capitolo finale di Ferro, con l'ammissione che la provincia resta sempre nel cuore, insieme agli stadi e ai ricordi dei tanti applausi.

Voleva morire Tiziano Ferro quando beveva, dopo quel primo tour in cui si sentiva sconnesso, una goccia in un lago enorme. Ha tenuto duro, invece, ha fatto coming out e adesso è un uomo nuovo, che ha il coraggio di piangere e di ringraziare Dio o chi per lui per avergli dato la forza di combattere e di accettarsi. Ferro è l'umile celebrazione della sua rinascita, e arriva in un momento di generale smarrimento per darci conforto e per invitare a non mollare chi ha collezionato esperienze da giganti, figuracce e figuranti, e ha ancora paura di star bene, di scegliere e sbagliare.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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