Fantasy Island: La recensione del film thriller ispirato alla serie tv

13 febbraio 2014
2.5 di 5

Di Fantasilandia, celebre show degli anni Settanta/Ottanta, il film di Jeff Wadlow conserva gli aspetti più dark, con alcune belle idee ma un andamento a tratti un po' confuso.

Fantasy Island: La recensione del film thriller ispirato alla serie tv

Trasmesso in America dalla ABC tra il 1977 e il 1984 (in Italia arrivò due anni dopo), e preceduto da due film per la tv, Fantasilandia ha presentato storie divertenti e appassionanti per ben 154 episodi da 45 minuti l'uno e ha avuto come guest-stars alcuni degli attori più famosi dell'epoca. Creata da Gene Levitt, ha ripreso e portato avanti la grande tradizione televisiva americana del fantastico/soprannaturale. Fin dall'inizio, l'enigmatico mr. Roarke, il misterioso burattinaio di bianco vestito di Ricardo Montalban, che gestisce l'isola che realizza i sogni, si è presentato come un personaggio a metà tra l'angelo e il demone, e coi demoni ha anche avuto a che fare. Alle tematiche diverse e spesso con venature anche cupe, hanno fatto da contraltare le storie romantiche e il contesto solare di un luogo da sogno.

Fantasy Island, la versione cinematografica che Jeff Wadlow ha realizzato ispirandosi alla serie originale, è dunque piuttosto fedele nello spirito ad uno show che gli spettatori più giovani sicuramente non conoscono, anche se rispetto a quello, sceglie ovviamente la versione “attento a quel che desideri, perché potresti ottenerlo”. È un peccato, che i tanti riferimenti, in-jokes, suggestioni – e perfino il finale – con cui Wadlow e i suoi coautori omaggiano la storica serie andranno perduti, ma purtroppo il pubblico di riferimento, come dimostra la scelta della nuova scream queen Lucy Hale, già in Obbligo o verità?, dello stesso regista, è quello dei più giovani, che giudicheranno il film a prescindere da questo e forse si perderanno un po' tra i meandri di una narrazione complessa e dilatata, che coinvolge molti personaggi le cui storie di intrecciano e che richiede a un certo punto il classico “spiegone” (qui affidato a quell'eroe del cinema di genere che è il nostro caro Michael Rooker).

L'azione parte piuttosto bruscamente, senza preamboli, con l'arrivo di cinque ragazzi a bordo di un'aereo (ma non c'è Tattoo a gridare "the plane, the plane!") su un'isola da sogno: sono i vincitori di un concorso (truccato, ma anche questo succedeva nello show), che hanno l'opportunità di realizzare una loro fantasia in un posto che sembra potere esaudire qualsiasi desiderio. Arrivano pensando di trovarsi in un luogo a metà tra un reality, il mondo di Westworld e un gigantesco parco divertimenti in cui attori daranno in qualche modo vita ai loro sogni. Ma non hanno fatto conto sul fatto che questi possono tramutarsi in incubi, e una volta iniziati non possono essere interrotti fino alle loro estreme conseguenze. O quasi.

La componente horror è più suggerita che mostrata e non vira mai sullo splatter: sembra a tratti di trovarsi in un videogame d'avventura, in un murder mystery con elementi soprannaturali, o nel classico horror per adolescenti in cui non si capisce chi è in buona fede e chi invece è in combutta col male. La differenza principale dall'ispirazione originale è la personalizzazione dell'isola, che agisce in virtù di incogniti poteri ricreando realtà pericolose e letali. Il risultato è un film gradevole e onesto, nella media dei prodotti del genere: curato ma un po' piatto, a tratti confusionario e moralista come molti horror, di cui ci sono piaciuti soprattutto i riferimenti allo show, nonostante la mancanza generale di pathos.

In più, anche se ci rincresce ammetterlo, Michael Peña, ottimo attore che abbiamo sempre apprezzato (soprattutto in Narcos: Mexico) non ha la statura (fisica) e l'eleganza innata e vagamente minacciosa di un collega carismatico come Ricardo Montalbàn, e più che a un semidio che gioca coi destini dei suoi ospiti, tenendoli per quanto possibile fuori pericolo, assomiglia a un semplice impiegato succube di poteri più grandi di lui, vittima anch'egli del suo egoismo e della sua poca lungimiranza. Alla fine comunque il cerchio si chiude senza eccessive sbavature, il che è più di quanto si possa affermare per la maggioranza degli horror prodotti oggi, cosa che ci induce a giudicarlo con più benevolenza.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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