Falling: recensione del film di Viggo Mortensen

15 agosto 2021
3.5 di 5

Viggo Mortensen esordisce dietro alla macchina da presa con un dramma familiare su un figlio alle perse di un padre affetto da demenza senile. Attento a ogni dettaglio, il regista evita la retorica e dirige a meraviglia Lance Henriksen.

Falling: recensione del film di Viggo Mortensen

"Scusami se ti ho messo al mondo per poi morire" - dice un giovane Willis al figlio neonato Eric nella prima scena di Falling, e questa frase, benché pronunciata con affetto, è come un monito per chi si appresta a mandare giù tutto d’un fiato il primo film diretto da Viggo Mortensen. E’ un avvertimento che la storia che verrà narrata non è una zuccherosa favoletta, ma un viaggio decisamente impervio nel lato oscuro della demenza senile e nella sgradevolezza di un maschio alfa conservatore, razzista, ingiusto e spesso anaffettivo, un uomo che ha fatto dell'odio la propria bandiera e che rappresenta l'America rurale più rigida e trumpiana, abrasiva nelle sue manifestazioni di intolleranza e mostruosamente testarda. Che sia l'America vista da un europeo che nella poliedricità dei suoi talenti ricorda l'uomo rinascimentale poco importa, perché la rappresentazione appare perfetta, tanto più se si pensa che, al di là dello sguardo attento e analitico del neo regista, c'è molto di personale nella sua opera d'esordio, e quindi di sincero, e forse di controllato, o meglio sobrio.

Come accade a Willis, anche il padre dell'attore ha sofferto di demenza, e Mortensen, in un film dal sapore squisitamente indipendente, si sofferma a lungo sulla perdita di controllo dell'anziano genitore e sulla sua feroce aggressività, e lo fa perché ciò che gli interessa è una riflessione sull'accettazione e sul perdono. Di fronte a un malato che smette di ricordare o che confonde le cose - sembra dirci Viggo -  si può e si deve provare, accanto a una rabbia più che legittima, una profonda pietas, una comprensione che invita alla pazienza e che necessariamente si porta dietro sofferenza e frustrazione. Eric e sua sorella Sarah sperimentano senza sosta questa dolorosa condizione, ma nel ripercorrere con Willis un passato che vorrebbero invece scordare, si rendono conto di aver trasformato il padre in una persona diversa da quella reale. Falling, insomma, registra puntualmente le discrepanze fra il nostro modo di percepire le cose e quello altrui, e il risultato di un'analisi così attenta è che il vecchio padre guadagna in complessità. Mortensen affronta dunque il tema della memoria imperfetta, e lo fa alternando al presente una serie di flashback che ci riportano agli anni '60 e '70, quando Eric era bambino, preadolescente e adolescente. Non sappiamo se i ricordi appartengano al figlio o al papà, e questa "confusione" di punti di vista evita a Willis la piena condanna da parte dello spettatore, che ne intuisce la fragilità e l'impossibilità giovanile di uscire da schemi comportamentali e da un'educazione subita più che accettata. 

Nonostante gli scoppi di ira di Willis, Viggo Mortensen si prende i suoi tempi e procede con calma, spesso racchiudendo una scena in un'unica lunga inquadratura, e lasciando che le parole facciano posto a immagini accompagnate solo dalla musica. Il regista, poi, stempera talvolta la crudeltà con la tenerezza (ad esempio nel rapporto tra Willis e la nipote) o con un lieve tocco di ironia, affidata spesso ai personaggi più giovani o a un proctologo con il volto di David Cronenberg che appare in una delle sequenze migliori del film. Cura ogni dettaglio il buon Viggo, e lascia che ad avvolgere le scene del passato sia una luce calda, autunnale, alla melò di Todd Haynes. Inoltre, al contrario di molti attori che passano dietro alla macchina da presa, lascia la ribalta al magnifico Lance Henriksen, terribile nelle sue grida e nei suoi insulti e subito dopo dolce, vulnerabile, buffo. Le sue rughe sono le strade che portano al cuore di Falling, un cuore duro ma capace di aprirsi, soprattutto in una splendida scena finale, e di svelare morbidezza, paura e amore.

E proprio l'amore è stato il punto di partenza del film, pensato e realizzato da un uomo che si è sempre messo in discussione donandosi al 100%, sia che dovesse interpretare un padre hippy, essere un capitano spagnolo del '600 o trasformarsi in una creatura di una saga fantasy. Non è un film perfetto Falling: a volte sembra incepparsi, oppure diventa ripetitivo, ma è pieno di verità, e la verità, quella dei sentimenti, è ciò che ha avvertito Mortensen dopo aver abbozzato la sceneggiatura. La scrittura gli ha permesso di comprendere meglio la sua famiglia, e quando l'arte, in qualunque sua forma, ci avvicina alla realtà e agli affetti, allora significa che ha un valore importantissimo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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