Disoccupato in affitto Recensione

Titolo originale: Disoccupato in affitto

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Disoccupato in affitto - la recensione del film

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Disoccupato in affitto - la recensione del film


Se ai tempi del Maggio Francese si diceva "sarà una risata che li seppellirà", col tempo si è purtroppo capito che non sarebbe stato così semplice. Che i cattivi, i potenti, i bastardi del mondo sono immuni anche al senso del ridicolo, e l'ironia spesso è un'arma spuntata. Eppure la simpatia del caracollante Pietro Mereu, mentre gira l'Italia da uomo sandwich offrendo i propri servigi di "disoccupato in affitto", è di quelle che scalda il cuore e lo apre alla speranza. Se la conclusione di questo documentario - che collocheremmo per analogia nell'ottimo filone inaugurato dai film di Gustav Hofer e Luca Ragazzi - resta pur sempre negativa (la fuga all'estero) su chi lo vede ha almeno l'effetto positivo di mostrare un'Italia ancora popolata da belle facce e brava gente. Peccato che la consapevolezza che la parte migliore del paese sia spesso quella considerata in esubero, esodata, mai entrata nel mondo del lavoro e precarizzata a vita, ci colpisca poi improvvisa come uno schiaffo.

E' un paese solidale, sorridente, ma anche cupo e disperato quello che incontra il nostro eroe munito di cartellone double-face appeso al collo: alle consuete lamentele dei commercianti (più o meno sincere, non sta a noi giudicare) e ai soliti maneggioni che lamentano la poca voglia di lavorare dei giovani invece della mancanza di lavori, anche se umili, retribuiti in modo decente, si alternano storie personali, incoraggiamenti, rabbia nei confronti dei politici, disillusione e disincanto anche da parte degli stranieri venuti a cercare un impossibile fortuna nel nostro paese.

Da Napoli a Venezia, da Roma a Milano, giù fino a Lecce e su nella ricca e leghista Verona, nella prospera Bologna, a Genova e così via, Pietro percorre le strade di un paese che non vedevamo così da vicino dai tempi delle mitiche inchieste giornalistiche della Rai di una volta. Disoccupato in affitto, grazie all'escamotage pensato dagli autori (citazione d'obbligo per il regista Luca Merloni e la bella colonna sonora di The Niro, alias Davide Combusti), alle immagini d'epoca e alle informazioni sulla figura storica degli uomini sandwich, ci spinge a riflettere, ad arrabbiarci, a rivendicare un diritto che è diventato un privilegio. E ci fa anche ridere, come nell'irresistibile sequenza dell'incontro col carabiniere.

In un momento in cui la crisi economica spinge al suicidio troppi uomini in preda alla disperazione, un documentario come questo (realizzato prima di questi tragici eventi), con l'inesauribile ottimismo e volontà dimostrati da Pietro, ci sembra ancora più importante. Non tutto è perduto se magari, come dice una ragazza per strada a Firenze, “invece di cercare ognuno la sua stradina personale per risolvere il problema, ci facessimo sentire, visto che siamo in tanti”. In una crisi globale come questa, sarebbe utile parlarsi e avvicinarsi gli uni agli altri, invece di guardarsi in cagnesco e litigare per le briciole del banchetto, organizzato a esclusivo beneficio dei grandi poteri economici e politici. C'è ancora speranza per questo paese, di questo chi scrive è convinto. Vale davvero la pena di cercarlo in giro questo Disoccupato in affitto, e quanto a Pietro, non possiamo che augurargli di cuore di poter mettere a frutto, in un paese in crisi di fiducia e di ispirazione, la sua verve creativa e la sua simpatia umana.


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