Corpo e anima: recensione del film vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino 2017

10 febbraio 2017
3.5 di 5
89

L'ungherese Ildiko Enyedi racconta un'insolita e coinvolgente storia d'amore, tra simbolismi psicanalitici e un affascinante formalismo mai manierista.

Corpo e anima: recensione del film vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino 2017

I limiti del corpo. I confini della mente. Lo spauracchio dell'amore, e le meravigliose praterie di possibilità che è in grado di aprire. Di questo parla il film dell'ungherese Ildiko Enyedi.
Non è un caso né un vezzo, allora, che Corpo e anima s'intitoli così, perché quel titolo è una dichiarazione programmatica e d'intenti, che non ha mai il carattere definitivo e dogmatico dell'enunciazione, ma che rappresenta un'inclinazione, un modo di raccontare le cose, di mettere in piedi in qualche modo una love story sbilenca e strampalata, o di raccontare la vita.

Un mattatoio, un direttore finanziario solitario con un braccio che da un po' è un'appendice  senza vita, una nuova responsabile della qualità con una qualche forma d'autismo funzionale: i due scoprono di fare gli stessi sogni, ma non simili, proprio gli stessi. Sognano di essere due cervi che si corteggiano nei boschi, di tornare - lo diciamo noi per loro - a quello stato di natura che li libererebbe delle convenzioni arrugginite e delle barriere dei loro corpi e delle loro menti. Appunto.

Un po' commedia bizzarra e surreale, un po' dramma tanto simbolista da risultare psicanalitico per struttura e connessioni, Corpo e anima trova un equilibrio di toni morbido e avvolgente proprio lavorando sui tanti contrasti e le tante opposizioni che mette in scena nel racconto, tessendo attorno a questi due protagonisti così idiosincratici, e così bene interpretati, un universo fatto di tessere e figure secondarie solo in apparenza.

Ildiko Enyedi gioca a ridurre la complessità dei temi e a amplificare senso e rilevanza delle piccole cose e dei piccoli gesti, aprendo porte di vetro attraverso le quali osservare le psicologie dei suoi due personaggi principali, come degli altri, affrescando con un formalismo sempre elegante, e sempre più di passo indietro rispetto al manierismo stucchevole, un mondo dove le debolezze umane sono il colore e il sapore delle cose.

Il corpo e la mente. L'uomo e la donna. Il giorno e la notte. Il sole e l'ombra, Il lavoro e il riposo. La carne viva e quella morta. La pulsione e la paura. Tutto il film di Enyedi vibra tra queste polarità, vibra di un'elettricità dolce che intorpidisce gradevolmente senza addormentare, e che occasionalmente sale di tensione e di frequenza. Come il cuore che, a tratti, batte più forte, come il respiro che si fa più intenso, come quel desiderio che non riesci a mettere a tacere.

Tutto giusto, tutto bilanciato: forse pure troppo.
Ma tutto in grado di funzionare benissimo, come funziona la scelta di "What he wrote" di Laura Marling come brano sul quale appoggiare sviluppi importanti della trama e dei personaggi, e in grado di rispecchiare il tono più dolce e malinconico di un film capace di strappare più di una risata.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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