Contagious: recensione dello zombie movie intimista con Arnold Schwarzenegger

19 giugno 2015
2.5 di 5
4

Altro che horror, qui siamo dalle parti del dramma familiare.

Contagious: recensione dello zombie movie intimista con Arnold Schwarzenegger

È cominciata come la felice intuizione capace di rinnovare una figura centrale dell'immaginario cinematografico moderno, ed è proseguita probabilmente per moda, o per mancanza di idee. Ma la recente tendenza di fare dello zombie-movie qualcosa di diverso dal cinema horror inteso in senso tradizionale, mescolandolo con la commedia o con il dramma romantico, trova in Contagious una deriva tanto estrema da rappresentare, forse, un punto di non ritorno.

Il film di Henry Hobson - un ragazzotto che viene da una nobile professione troppo spesso sottovalutata, quella del realizzare i titoli di testa di film, serie e videogame – parla infatti di zombie e (come sottolinea quasi disperatamente il titolo italiano) contagi virali vari, certo; ma con l'horror non ha nulla a che fare, né dal punto di vista dei contenuti, né da quello della forma.
Nella versione originale, Contagious si chiama Maggie, e tradisce assai di più la sua vera natura: quella di un dramma intimista, che racconta tanto l'amore reciproco di un padre e una figlia, quanto la difficile condizione di chi è contagiato, diverso, emarginato, temuto.

Attenzione, però. Perché, proprio in quanto non-horror, in Maggie il valore metaforico e simbolico è azzerato, e zombie o non zombie il dramma conta esattamente per quello che è, per la sua natura esplicita e immediata. Anche il rapporto tra papà Wade (Arnold Schwarzenegger) e figlia infetta Maggie (Abigail Breslin) viene raccontato senza particolari sovrastrutture, e il dolore di una separazione inevitabile non ambisce mai a farsi metafora di quello che riguarda ogni famiglia nel momento in cui un figlio o una figlia diventano adulti e autonomi.

Hobson, insomma, non ci pensa proprio a sporcarsi le mani con l'horror. I suoi modelli sono altri, e lo grida a chiare lettere attraverso una messa in scena che non lascia spazio a dubbi o incertezze.
Tutto l'impianto di Maggie è cupo e plumbeo, il suo mondo fatto di colori desaturati e parole sempre sussurrate; il registro è quello di un realismo nervoso attaccato ai volti e ai vuoti, ai gesti e agli oggetti, quasi si fosse in un film dei Dardenne, per poi esplodere in fugaci momenti di stampo idillico-poetico con controluce e indugi sulla natura quasi malickiani.

La mano del regista è ferma, la sua convinzione profonda, così come quella di uno Schwarzenegger che pare alla ricerca di conferme, del tentativo di fare di Maggie il suo Cop Land, la sua opportunità di mostrare che sotto ai muscoli c'è un attore.
Ci riesce, ma paradossalmente, invece di esaltarsi, si mortifica in un'interpretazione  riuscita ma completamente dispersa e dissolta in un terreno filmico che diventa paludoso per troppa solennità.

Nello sforzo di superare di slancio le trappole del genere, viste come il fumo negli occhi, Maggie si spinge troppo oltre, abbracciando un'enfasi retorica che finisce per mostrare limiti e inadeguatezza di un genere snaturato e di una figura narrativa privata di senso. Fino a quelle immagini finali, fatte di vesti bianche che svolazzano e visioni materne e floreali che sono l'inevitabile punto di arrivo di un percorso che  poteva (e forse doveva) essere diverso.

Contagious, insomma, ha comunque fatto il suo, ci ha provato, ci ha creduto.
Ma sembra proprio sia arrivato il momento di restituire gli zombie all'horror, e Arnie a film nei quali, le figlie, le proteggeva come in Commando.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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