Contagion - la recensione del film di Steven Soderbergh

03 settembre 2011
2.5 di 5
4

È un oggetto levigato e scivoloso, il Contagion di Steven Soderbergh, difficile da afferrare.

Contagion - la recensione del film di Steven Soderbergh

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Contagion - la recensione del film di Steven Soderbergh


È un oggetto levigato e scivoloso, il Contagion di Steven Soderbergh, difficile da afferrare.
Analogo nelle linee narrative a prodotti risalenti alla metà degli anni Novanta come Virus letale, se ne distacca per una serie di scelte che lo portano lontano dal genere puro, dal thriller, per avvicinarlo invece a una sorta di racconto morale nel quale si esplorano, con fredda distanza, dinamiche e reazioni delle relazioni umane, sociali, affettive.

Questa difficile afferabilità del film dell'americano sembra fare curiosamente il paio con la fobia del contatto (in senso lato) che racconta, scatenata paradossalmente proprio da un'apertura fisica, e quindi morale, verso l'altro.
C'è una circolarità infatti, nei comportamenti dei tanti protagonisti del film e le loro conseguenze: la voglia e il bisogno d'interazione, la successiva segregazione coatta o volontaria che si trovano ad affrontare e, ancora, la pulsione allo stare vicino e proteggere i propri cari dal male nel momento della crisi. Da questo punto di vista la composizione della coppia di personaggi affidata a Matt Damon e Gwyneth Paltrow è esemplare: quanto lei era vitale e pronta al confronto (fino a spingersi verso una letale, seppur circostanziata, promiscuità), tanto lui, pur immune al contagio, s'irrigidisce fino alla negazione di ogni contatto e all'isolamento nel nome della salvezza della figlia che è sopravvissuta.

Ma la paura del contatto sembra essere anche quella di un Soderbergh che, con scelta concettualmente interessante, ha girato un film laboratoriale, dall'ostentata pulizia formale, nel quale è evidente il contrasto tra l'eleganza, la pulizia, la smoothness delle superfici e il caos interiore e sociale che si scatena con l'allargarsi della pandemia. Questa sterilità è nella forma come poi nel contenuto, sia nella caratterizzazione di personaggi obbligati dalle necessità della sopravvivenza a mantenere rigore e distacco, sia nella maniera in cui Contagion esplora numerose tematiche (dal rapporto tra potere, media e pubblico alle pulsioni più intime e istintuali) senza mai dare l'impressione di volersi spingere fino in fondo.

È indubbiamente vero che il film di Soderbergh presta il fianco ad accuse di pesante conservatorismo, per via della scelta di utilizzare come vettore narrativo (e di contagio) l'infedeltà di Gwyneth Paltrow come concausa dello scatenarsi della pandemia, al fatto che nessuna istituzione presenta ombre, ed è anzi il personaggio di Jude Law, blogger alternativo, ad essere indicato come possibile e probabile colluso con loschi movimenti legati alle cure.

Ma è altrettanto indubbio che la freddezza e il distacco di Contagion sono il frutto di un atteggiamento iperoggettivizzato da parte del suo regista, di una voglia di osservare il racconto dall'esterno, di studiare le interazioni e gli accadimenti come i suoi scienziati studiano il comportamento del virus al microscopio.
Per questo non c'è presa di posizione etica o ideologica, ma pratica osservativa di eventi comunque possibili.
C'è, invece, chiara, la paura di un coinvolgimento. Di sporcarsi le mani. Di prendere una posizione. Bene o (forse soprattutto) male che faccia al film, è un elemento indicativo dei tempi che stiamo vivendo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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