Compromessi sposi: recensione della commedia con Diego Abatantuono e Vincenzo Salemme

22 gennaio 2019
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Un film che funziona quando in scena ci sono i due protagonisti che si danno battaglia e che avrebbe potuto sviluppare meglio spunti più seri.

Compromessi sposi: recensione della commedia con Diego Abatantuono e Vincenzo Salemme

C'è una scena di Compromessi sposi, visibile parzialmente anche nel trailer, in cui Diego Abatantuono e Vincenzo Salemme combattono un'irresistibile e incalzante battaglia verbale: da una parte il sud con i suoi oceani di ragù che hanno surriscaldato il pianeta, dall'altra il nord opulento e sbruffone, da un lato "il vento che sta cambiando" dei pentastellati, dall'altro echi del vecchio berlusconismo con qualche contemporaneo pregiudizio nei confronti degli immigrati. E’ una sequenza degna del miglior buddy-movie tanto nazionale quanto internazionale, in cui gli attori giocano elegantemente a tennis con le battute, non si pestano mai reciprocamente i piedi, non esagerano e si prendono in giro per le opposte caratteristiche fisiche con il senso dell'umorismo, la misura, la bravura e in certi casi il "mestiere" di due fuoriclasse che, tra l'altro, desideravano da tempo lavorare insieme dopo essersi sfiorati nella scena finale di un film a episodi di Carlo Vanzina.

Più in là nel film, il discepolo di Eduardo De Filippo che riempie i teatri di tutta Italia e la personalità più vulcanica dello storico Derby di Milano si ritrovano ancora insieme, attraversano le viuzze di Gaeta guidando un trenino e per un attimo smettono di far ridere indugiando a turno in una parentesi di tenerezza e commozione con i figli di turno. Tutto questo, che va benissimo, ovviamente non basta a fare un film. O meglio, basterebbe, paradossalmente, se il resto fosse fatto di poco e se quel poco non fosse chiassoso, caricaturale, inopportuno, volgare. E invece, nel nuovo film di Francesco Micciché, che si inserisce in un gruppo di commedie di inizio 2019 non esattamente riuscite, si va continuamente sopra le righe e ci sono diversi elementi fuori luogo. Per esempio, la galleria di personaggi che fanno da coro ai due "monstrum" - ad eccezione del Tito di Dino Abbrescia - sembra posseduta dal demone della caricatura e del cliché regionale, a cominciare da una mamma coatta che più coatta non si può e da una bella ragazza che parla come nemmeno la Jessica di Viaggi di nozze nonostante faccia l'influencer e sia figlia del primo cittadino di una località che batte bandiera laziale ma anche un po' campana.

E poco importa, a regista e sceneggiatori, se nel calderone cuociono un pugliese, un napoletano, due romane e un gruppo di meneghini: più lazzi ci sono e meglio è. Che confusione sia, insomma, e già che ci siamo, aggiungiamo al gruppo anche una wedding planner cartone animato in stile Looney Tunes che l'ottima Susy Laude rende comunque simpatica.
Ora, sappiamo che la fonte di ispirazione di Compromessi sposi è il film di Mattoli Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, e certamente lo sforzo dei protagonisti e di Micciché di aderire a quel modello è degno di nota e pregio, ma perché scomodare i santi se non si è capaci di celebrarli degnamente?
Nemmeno l'unità di tempo e di luogo favoriscono il racconto, che a tratti si risolve in una movimentata pochade e in un'intrigante commedia degli equivoci, anche se poi i tranelli sono presto scoperti e i misteri svelati.

Forse allora il vero problema di Compromessi sposi è il suo desiderio di non essere esclusivamente una commedia a due voci, come se ci fosse qualcosa di male a costruire un film da ridere solamente intorno a una coppia di grandi attori. Per il pool di scrittori del copione con in testa Michela Andreozzi - che solitamente è penna arguta - era importante, evidentemente, non tralasciare proprio nessuno, men che meno quelle donne che, volenti o nolenti, a un certo punto fanno corpo, perché sono loro, alla fin fine, le anime della famiglia, le risolutrici di guai, le vittime delle "caldane" e le sognatrici davanti a un magnifico abito da sposa. Ci piacciono le storie che danno il giusto risalto al femminile, per carità, ma anche qui si poteva spingere un po’ di più il pedale dell'originalità.

E c'erano altri due pedali da schiacciare con maggiore energia, che avrebbero dato un certo spessore a Compromessi sposi: la politica e le dinamiche familiari. Ma la prima resta in sordina, con il pignolo Gaetano combattuto fra tolleranza zero e mancato rispetto delle regole per tornaconto personale, mentre le seconde offrono alla commedia la possibilità di una chiusura discreta, con una puntuale riflessione - come già detto - sulla genitorialità: nello specifico su quanto sia facile essere distratti e non accorgersi che i propri ragazzi sono belle persone, individui maturi e risoluti nonostante i mala tempora che currunt, oltre che adulti in erba perfettamente in grado di esercitare il libero arbitrio.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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