Codice 999: la recensione del duro thriller metropolitano di John Hillcoat

08 aprile 2016
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Dopo il passo falso di Lawless, il registra australiano torna ai livelli di The Proposition e The Road.

Codice 999: la recensione del duro thriller metropolitano di John Hillcoat

Quando, una decina di anni fa, si scatenò il passaparola tra gli appassionati, praticamente nessuno aveva sentito nominare John Hillcoat prima di vedere La proposta: un western sporco, polveroso, violento e cattivissimo che veniva dall'altro lato del pianeta, dalla lontanissima Australia.
Ma quando, qualche anno dopo, il regista firmò e portò a Venezia The Road, adattamento del romanzo “La strada” di Cormac McCarthy, già le cose erano cambiate. E fu quindi una grande delusione per tutti (o quasi) quando poi, nonostante l'aiuto del sodale Nick Cave (quel Nick Cave), l'australiano presentò un film come Lawless, che annacquava nel sentimentalismo e nella retorica una storia che avrebbe voluto far bruciare la gola e le viscere come una robusta sorsata di ruvido moonshine.
Sembra quasi, allora, che con Codice 999 Hillcoat abbia voluto reagire all'anemia programmatica (e programmata dai Weinstein?) di quel film, e di tornare senza esitazioni allo stile nervoso, aspro e spietato di The Proposition.

Non siamo più tra le polveri dell'outback australiano, ma nella giungla d'asfalto dell'odierna Atlanta, ma i protagonisti sono ancora poliziotti, militari e criminali, e il sangue (rosso, come al rosso sono virate le scene più forti di questo film) è il collante che tiene tutto assieme. Il sangue sparso da una violenza fredda e efferata, come il sangue che scorre nelle vene di una famiglia.
Si sparge sangue per difendere il proprio sangue, in Codice 999, racconto di una civiltà collassata su sé stessa e tornata ai valori e ai bisogni primari e primordiali: l'Atlanta del film di Hillcoat è un mondo cupo e sporco e plumbeo, anche quando assolato, dove regnano i valori della tribù, familiare o criminale che sia, dove è chiaro che perfino il “buono” di turno, Casey Affleck, è segnato nel profondo da una violenza passata ma senza tempo: per non parlare di suo zio Woody Harrelson, poliziotto pulito ma appannato dalla droga e dall'alcool.

Questo mondo così scuro e disperato, dove si mangia o si viene mangiati, Hillcoat lo racconta con le armi più potenti e sofisticate che ha a dispozione: quelle di un ottimo e solidissimo cinema.
Già dalla bellissima sequenza iniziale, quella di una rapina in banca dalla precisione visiva e tattica squistamente manniana, girata benissimo da Hillcoat e montata magistralmente dal Dylan Tichenor di film come Il petroliere, The Town e Zero Dark Thirty, si capisce tutto il tono e lo spessore di Codice 999: la tensione, il ritmo, la voglia di mettere subito in chiaro di che genere di personaggi abbiamo e che fare.
Personaggi interpretati da un cast in forma e affiatato: oltre ai citati Affleck e Harrelson (il primo in una delle sue prove migliori, il secondo ammiccante a True Detective e a Rampart), ci sono anche Chiwetel Ejiofor, Anthony Mackie, Aaron Paul, Clifton Collins Jr. e una Kate Winslet sottilissimamente ironica in versione zarina della mafia russa. Senza contare i fondoschiena di Gal "Wonder Woman" Gadot e di Teresa Palmer.

Se a tutto questo aggiungiamo anche la bella colonna sonora di Atticus Ross, si capisce come Codice 999 sia uno dei thriller metropolitani più efficaci e intensi degli ultimi tempi, capace d'inchiodarti alla poltrona per due ore senza farti venir voglia di guardare l'orologio: la conferma delle capacità di un autore che dà il meglio di sé quando affonda le mani nel genere e gira b-movie orgogliosi e con lo stile e l'eleganza della categoria superiore.
Un film che funziona tanto più è secco, superficiale, senza ambire a psicologie strutturate ma abbozzando grossolanamente, lasciando che le storie e i personaggi nascano e muoiano senza troppe spiegazioni o approfondimenti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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