Chloe - Tra seduzione e inganno: recensione del thriller erotico con Julianne Moore e Amanda Seyfried

07 maggio 2020
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Il canadese Atom Egoyan rifà un film francese di Anne Fontaine, adattato dalla sceneggiatrice di Secretary e Fur Erin Cressida Jones.

Chloe - Tra seduzione e inganno: recensione del thriller erotico con Julianne Moore e Amanda Seyfried

Portato in palmo di mano dalla critica e dai grandi festival dai tempi del grande successo di Exotica, il regista armeno-canadese Atom Egoyan ha sempre fatto un cinema che, per storie e messa in scena, è fortemente caratterizzato da un chiaro marchio autoriale ma, al tempo stesso, era vicino e permeabile al linguaggio di quello commerciale e hollywoodiano. Chloe - Tra seduzione e inganno, è forse il titolo più sbilanciato verso l’industria di tutta la sua filmografia, e non solo perché nato come progetto su commissione, o perché remake di un altro film, il Nathalie… di Anne Fontaine.
Eppure, Egoyan è comunque molto abile nel tradurre questa storia hitchcockiana di ossessioni e apparenze in un oggetto perfettamente coerente con il suo cinema e con le sue ossessioni autoriali, a partire da quella forma morbida e precisa, attenta alle geometrie e alle superfici, al gioco costante tra interni ed esterni spesso separati solo fa vetri che traspaiono e riflettono, almeno tanto quanto alle ambigue personalità e psicologie dei suoi personaggi, persi nello stesso gioco di riflessi, apparenze, trasparenze e riflessioni.

Torbido e patinato, eccessivamente incline alle facili pruriginosità di certo cinema hollywoodiano, assai attento a non oltrepassare i confini di un certo moralismo di fondo in quel che è lecito e quel che non è lecito mostrare, Chloe è chiaramente un film sull’eros e sul desiderio, incarnati dalla figura perturbante dell’omonima escort interpretata da Amanda Seyfried, che piomba nella vita della ginecologa Catherine (Julianne Moore, nei panni di una che viene presentata mentre spiega a una paziente che l’orgasmo altro non è che una semplice serie di contrazioni muscolari, tanto per mettere subito le cose in chiaro) e, indirettamente, in quella del marito David (Liam Neeson), professore universitario cui piace fare il piacione con cameriere e studentesse, e che forse tradisce la moglie.
Inciampata su questa conturbante figura proprio quando inizia a nutrire dubbi sulla fedeltà del marito, Catherine paga Chloe per testare la fedeltà di David, per poi farsi raccontare se e come lui ha ceduto, e quello che i due hanno fatto assieme. Finendo, inevitabilmente, per provare dell’eccitazione, e sfogare la sua libido repressa non sul marito, ma su quel tramite a pagamento fatto di puro erotismo.

Le cose ovviamente si complicheranno, ma non è per questo che delle premesse che comunque sembravano intriganti e ben congegnate si vanno a perdere gradualmente in una serie di banalità e moralismi degni dei più ovvi prodotti hollywoodiani alla Adrian Lyne.
Egoyan sceglie di non sovvertire nulla, e anzi di affidare al desiderio il compito di ristabilire un ordine borghese - riavvicinando marito e moglie in crisi - per poi espellerlo quando va fuori controllo, minacciando i pilastri della famiglia e della rispettabilità, attraverso quello che appare come un sacrificio rituale che lascia solo una piccola eredità simbolica, un oggetto hitchcockiano piazzato con abilità lungo il racconto, e in una crocchia di capelli nel finale.
Il che può essere una scelta legittima, se non fosse portata avanti con dinamiche narrative che, a un certo punto, si fanno prevedibili e un po’ risibili.

Molto chiacchierato per una scena di sesso lesbico tra le due protagoniste femminili, in realtà non troppo conturbante e assai attenta a non oltrepassare certi limiti, e incapace di scavare davvero nelle menti dei suoi personaggi, e di esplorare appieno le conseguenze delle loro azioni e delle loro scelte, Chloe alla fine ha il sapore amaro di quei film studiati perfettamente a tavolino per ammantare di rispettabilità intellettuale e autoriale dei contenuti tutto sommato quasi pulp, e concedere così al suo pubblico di riferimento, che mai avrebbe guardato un thriller erotico puro e semplice senza che questo portasse impresso lo stigma dell’arte.
L’unico momento veramente sincero e nitido del film di Egoyan, nel complesso, è la confessione fatta da Catherine a suo marito, nel quale confessa la sue paure legate all’invecchiamento e al decadimento del corpo, laddove - dice lei - il tempo che passa aggiunge solo fascino al suo compagno: dimostrando, in questo modo, la mano femminile che si cela dietro la sceneggiatura (firmata dalla Erin Cressida Wilson di Secretary, Fur e Stoker) e il film originale.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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