Cattiverie a domicilio: recensione della commedia con Olivia Colman ispirata a una storia vera

16 aprile 2024
3.5 di 5

Un po’ mistery e un po' commedia, Cattiverie a domicilio racconta con arguzia un fatto realmente accaduto in una cittadina del Sussex negli anni '20, ma che potrebbe succedere anche oggi. Protagoniste e antagoniste sono Olivia Colman e Jessie Buckley. La recensione di Carola Proto.

Cattiverie a domicilio: recensione della commedia con Olivia Colman ispirata a una storia vera

Se consideriamo Cattiverie a domicilio soltanto come un whodunit in stile La signora scompare di Alfred Hitchcock o giallo di Agatha Christie con protagonista Miss Marple, rischiamo di non valutare in maniera giusta un film che contiene sì un mistero, ma lascia intuire fin dal principio, e non per una svista, l'identità del colpevole, che in questo caso scrive lettere anonime piene di insulti. Prima le invia a una zitella devota e poi all'intera cittadina di Littlehampton, in Sussex, dove il bigottismo regna sovrano, la libertà di parola è limitata e la società relega le esponenti del gentil sesso in una posizione di subalternità.

È inutile interrogarsi sulla verità dei personaggi che popolano Cattiverie a domicilio e sul concatenarsi degli eventi, dal momento che il film di Thea Sharrock è ispirato a fatti realmente accaduti circa un secolo fa. Nel 1922, una piccola comunità conservatrice, puritana e misogina della costa meridionale dell'Inghilterra è stata effettivamente sconvolta da una pletora di missive contenenti le più disparate parolacce, e la presunta colpevole è stata trascinata in tribunale, a sottolineare l'eco dell'increscioso scandalo. Per nostra fortuna, lo sceneggiatore Jonny Sweet ha pensato di trasformare l'episodio in una commedia che talvolta cede il passo all'amarezza, ad esempio nel personaggio e nella recitazione di Olivia Colman, il cui volto dall'espressione sempre mutevole a un certo punto si trasforma in un campo di battaglia.

L'attrice premio Oscar interpreta Edith Swan, la destinataria delle lettere, che abita con un padre padrone e una madre facile allo svenimento. Si tratta di un personaggio impossibile da detestare, forse per la maniera in cui accetta il proprio ruolo di figlia sottomessa e di cristiana modello, e anche per i lampi di rabbia repressa che le vediamo balenare nello sguardo e che tanto ci divertono.
L'altra protagonista è Jessie Buckley, che invece impersona una donna irlandese che ha perso il marito durante la Prima Guerra Mondiale e si è trasferita a Littlehampton con la figlia. Si chiama Rose, beve e impreca come il più rozzo degli uomini e, ça va sans dire, diviene il capro espiatorio della città costiera, la persona fuori dal coro che va messa a tacere per evitare che insegni ad altre donne a mettere all'angolo i loro padri, fratelli e mariti.

Jessie Buckley infonde la sua energia al personaggio di Rose, e la regista evidenzia fin da subito una profonda differenza fra lei ed Edith, e non a caso la macchina da presa si muove inquadrando Rose, quasi sempre avvolta da una luce chiara, per poi diventare immobile di fronte a Edith, che incassa colpi dal terribile genitore che la ritiene incapace perfino di capire i propri gusti. Timothy Spall rende cattivo e meschino Edward Swan, anche se è stata la mentalità del tempo e la morte di due figli in guerra a ridurlo così così.
Poi c'è una terza donna, e sarebbe l'agente Gladys (Anjana Vasan), che è anche il primo poliziotto di sesso femminile del Sussex e che per la pericolosità del suo lavoro non potrà sposarsi ed avere figli. Anche lei tenta di combattere a suo modo contro le discriminazioni.

I tre personaggi principali si assomigliano e le loro sono storie di empowerment femminile, cronache di viaggi interiori alla conquista dell'accettazione dell'altro e in particolare di sé. E se Edith lotta contro la sua famiglia e Rose contro le regole di un milieu sociale rigido e impenetrabile, Gladys, che possiede un incredibile fiuto, deve accettare di violare delle norme per risolvere a modo suo un caso decisamente complicato. In questo contesto Rose non è meno pavida di Gladys e di Edith, che probabilmente è la più coraggiosa delle tre, ma anche lei soffre il giudizio altrui, e se per certi versi è un maschiaccio, nel suo amore verso la figlia manifesta una dolcezza tutta materna. Poi ci sono le vecchiette del vicinato, che sono state affidate ad attrici che i frequentatori del cinema britannico ben conoscono, a dimostrazione del fatto che non soltanto Mike Leigh mette la massima cura nella scelta di ogni singolo interprete.

L'ultimo personaggio fondamentale di Cattiverie a domicilio, che rende giustizia alla complessità della lingua inglese e anche al sense of humour del paese di Winston Churchill e David Beckham è il linguaggio scurrile. Il turpiloquio delle lettere è strepitoso perché è vintage, in quanto legato a un'altra epoca, e perfino creativo, talmente creativo da mandare in sollucchero lo spettatore e da spingere un critico a definirlo "deliziosamente volgare". E tuttavia anche qui la risata si confonde con un ghigno satanico, perché l'insulto che nel film arriva per lettera, nel nostro presente non è anonimo e passa attraverso i social, e se un messaggio anonimo poteva e può restare una questione privata, oggi una fotografia o un video che si vorrebbero tenere segreti diventano spesso di dominio pubblico e sono armi ben peggiori delle malvagità snocciolate nel film.

È in perfetto equilibrio tra sentimento e ironia Cattiverie a domicilio, e sta tra la favola morale e la satira. Non chiamatelo filmetto, please, perché nella sua semplicità arriva esattamente dove voleva arrivare, dando una stoccata agli haters contemporanei e l’altra al patriarcato, sistema sociale che, ahinoi, subdolamente continua a esistere anche nei paesi più democratici.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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