Blair Witch - recensione del sequel inatteso dell'epocale horror found footage del 1999

16 settembre 2016
2.5 di 5
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17 anni dopo il film che cambiò l'horror low-cost e il concetto di marketing virale, torniamo a perderci nei boschi di Burkittsville.

Blair Witch - recensione del sequel inatteso dell'epocale horror found footage del 1999

L’uscita di The Blair Witch Project nel 1999 aprì una nuova era nel campo dell’horror low budget e del marketing cinematografico. Su come un film fatto da due sconosciuti con 60.000 dollari sia arrivato a incassarne in tutto il mondo quasi 249 milioni è qualcosa su cui si dibatte ancora oggi. E ha fatto scuola la campagna virale su internet in un’epoca in cui le potenzialità del web erano ancora lungi dall’essere sfruttate a pieno e che coi frammenti messi progressivamente online riuscì a far credere a molti ingenui spettatori spettatori americani che la storia fosse vera. Dopo un dimenticabile sequel, la strega di Blair era rimasta in attesa nei boschi di Burkittsville, nel Maryland, finché lo specialista Adam Wingard non ha deciso di risvegliarla dal suo sonno, spedendo sulle sue tracce una nuova troupe di vittime sacrificali.

Qui seguiamo dunque il fratello della sventurata Heather, che vent’anni dopo la sua scomparsa ritrova la speranza che sia ancora viva, grazie a un video sfocato pubblicato online da una coppia di geek del luogo appassionati della leggenda. Questo lo spinge a organizzare una squadra di ricerca e a ripeterne l’esperienza, con tre amici e lo strano duo che impone loro la sua presenza. Anche stavolta il viaggio, che li condurrà dove non avevano intenzione di andare, verrà documentato.

La dinamica tra scettici e credenti che si forma tra i due gruppi inizialmente, ha un valore quasi metafilmico: è più nel giusto chi ha creduto eppure va lo stesso a vedere (il film) o chi nega assolutamente la realtà dell’orrore però va a vederlo cercando di capire cosa c'è sotto? È uno spunto interessante, così come il contrasto tra vecchie e nuove tecnologie che pure li divide e che aprirebbe a una riflessione su quanto il cinema dell'orrore sia cambiato nei 18 anni tra i due film.

Ma entrambi si perdono per strada come i nostri unhappy campers. Wingard e il suo sceneggiatore sono all’inizio fedeli e rispettosi dell’originale al limite della filologia. In fondo si tratta della stessa storia con protagonisti diversi, una rilettura-rivisitazione con un inevitabile progressione e un finale noto. Tutti gli strumenti che possediamo non servono a niente, quando – come nelle fiabe - ignoriamo il cartello che ci mette in guardia e dopo il tramonto ci inoltriamo in un bosco dove le leggi della fisica che regolano la nostra vita quotidiana non hanno più valore e la mostruosa e vendicativa presenza che lo infesta cambia il tempo e lo spazio a suo piacimento.

Dopo aver saputo efficacemente riprodurre e gestire la tensione (bella e angosciosa l’idea di una notte senza fine), Wingard – i cui You’re Next e The Guest non erano certo dei capolavori di sottigliezza – entra nel territorio dell’origin story fornendo più dettagli sulla maledizione e sui poteri della strega e abbandonando gli usati ma sicuri sentieri. In prossimità del finale accumula una serie di scene a volte illogiche, altre poco chiare e ripetitive, fino all’ingresso in quella casa che altro non è che l’ennesimo, fracassone e claustrofobico labirinto degli orrori.

Tra gli attori ci è piaciuta Callie Hernandez (non a caso scelta per un grosso ruolo in Alien: Covenant) che compie un tour de force fisico e psicologico nei panni della quasi eroina del film. Non è che Blair Witch sia un brutto film, ma siamo proprio sicuri che si dovesse tornare da quelle parti? In fondo, in quel primo e rudimentale found footage, a farci paura era proprio il fatto di non capire cosa stesse succedendo e di non volerlo nemmeno sapere. Miracoli del metacinema, consapevole o meno.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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