Birdman - la recensione del film di Alejandro Gonzales Inarritu

27 agosto 2014
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Alejandro Gonzales Inarritu gira il suo All That Jazz che racconta del bisogno d'amore e della fame di celebrità nell'era dei social network.

Birdman - la recensione del film di Alejandro Gonzales Inarritu

Quando stamane, uscendo di casa, ho postato su Twitter e Facebook un frammento di All That Jazz (quello in cui Roy Scheider si prepara concludendo, davanti allo specchio "Si va in scena"), non avevo idea di quanto tutto questo potesse essere coerente con Birdman.
Perché quello di Alejandro Gonzales Inarritu, sterzando bruscamente rispetto al cammino fin qui intrapreso col suo cinema, è un film dove cinema, teatro, arte, amore, morte e social network s'intrecciano e si alternano senza soluzione di continuità, ricalcando così il virtuale, unico piano sequenza che lo costituisce e lo racconta.

La parabola di Birdman è quella di un attore in là con gli anni, che ha da due decenni appeso al chiodo il costume del supereroe che l'ha reso celebre, e che da allora non è più stato lo stesso; confondendo, come gli rinfaccia la ex moglie, l'amore con l'ammirazione del pubblico.
Un attore patologicamente dipendente da quel passato da cinecomic, che di questa sua poco nobile addiction cerca di liberarsi nobilitando (più ai suoi occhi che a quelli degli altri) la sua immagine sulle tavole di un palcoscenico di Broadway, dove vuole portare in scena un suo adattamento di Raymond Carver tra lo scetticismo di molti e l'aperta ostilità del feroce critico teatrale del New York Times.

Esattamente come il Joe Gideon del capolavoro di Bob Fosse, il Riggan Thompson interpretato da Michael Keaton è alle prese con un febbrile allestimento, nel quale riversa tutto sé stesso e tutta la sua vita, raccontando i propri drammi e i propri dilemmi in una pièce che è una miniatura della sua stessa vita e della domanda che lo ossessiona: "Perché non mi amate come vorrei, per quello che sono?". E come il personaggio di Roy Scheider, così facendo si confronta con i suoi fantasmi, e con quelli della sua morte: o di una sua (im)possibile resurrezione.
Ma se Fosse si concentrava soprattutto sul rapporto tra arte e vita, Inarritu attualizza quel canovaccio innestandovi sopra le ossessioni tutte contemporanee per la celebrità: e di qui il costante tornare sul rapporto tra l'intrattenimento popolare "basso" (i cinecomic) e la legittimazione culturale "alta" del teatro e della letteratura, e sui meccanismi perversi della popolarità via Twitter e Facebook, germi virali in più di un senso capaci di elevare l'inelevabile e di rivoluzionare qualsiasi concetto di "celebrità" sia esistito fino a questo momento.

Proprio perché il dibattito che contrappone cultura pop e cultura highbrow è ancora oggi (anche e soprattutto in Italia, dove tutto arriva in ritardo) fervido e acceso, e proprio perché i social network sono spesso e volentieri il terreno dello scontro tra fazioni, lascia un po' l'amaro in bocca che il regista messicano non sia giunto con Birdman a conclusioni sintetiche rilevanti, abbandonandosi ad un esistenzialismo magico che riporta tutto dentro le ossessioni già raccontate da Fosse quasi quaranta anni fa e sostanzialmente dicendo che solo dall'unione tra vecchie e nuove modalità si può provare l'ebrezza del volo della celebrità, e anche dell'amore. Sempre, però, rimanendo dentro la rappresentazione di sé che si vuole dare agli altri e che gli altri legittimano.

Sì, va bene, i critici usano etichette, e in fondo "A thing is a thing not what is said of that thing", come recita l'adesivo che cita Susan Sontag attaccato allo specchio del camerino di Riggan, perfetto contraltare al poster di Birdman alle sue spalle. E quindi il riduzionismo di Inarritu sarà anche giustificato. Ma, come in passato, l'impressione è che al messicano piaccia più sé stesso dei personaggi dei suoi film o le storie che raccontano, girando con un virtuosismo tale da togliere, paradossalmente spazio e respiro al contenuto.
Un contenuto che qui è chiaro, dichiarato, definito, senza sfumature; supportato dalle ottime interpretazioni del cast (Keaton e Edward Norton su tutti) e da una martellante e ipnotica colonna sonora costruita praticamente unicamente su una batteria jazz che non la smette di produrre un angosciante assolo che batte come il cuore dolente e bisognoso d'amore e celebrità di Riggan. E forse anche dello stesso Inarritu.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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