Beach Bum - Una vita in fumo: Matthew McConaughey strafatto e scatenato nel film di Harmony Korine

04 maggio 2020
3.5 di 5
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Il nuovo film del regista americano, una stoner comedy dai risvolti filosofici, è disponibile in streaming su Chili e, dall'11 maggio, anche su Sky Primafila

Beach Bum - Una vita in fumo: Matthew McConaughey strafatto e scatenato nel film di Harmony Korine

Tenetevelo voi il Matthew McCounaghey impegnato. Quello che per dimostrare di essere un bravo attore deve fare tutti i Dallas Buyers Club e Le foreste dei sogni di questo mondo. Io preferisco il McCounaghey con la faccia da schiaffi di Sahara, di Serenity e soprattutto di Surfer, Dude, che rimane uno dei film chiave della sua carriera.
Teneteveli voi i registi seri, impegnati, quadrati, rassicuranti, che fanno tornare tutto nei loro film come in addizioni perfettamente incolonnate, divisioni senza resto, e che raccontano storie precise e pulite e tutte belle ordinate.
Io mi tengo The Beach Bum, il Matthew McConaughey che fa Moondog e l’Harmony Korine che scrive e dirige questa storia.

Certo, se vogliamo esaurire lo sguardo sulla superficie delle cose - tralasciando il fatto tutt’altro che trascurabile che quella superficie però è opera di Benoît Debie, che fotografa Miami come solo lui aveva fatto prima in Spring Breakers, e come solo Dion Beebe era stato in grado di fare con Miami Vice - , The Beach Bum potrebbe sembrare una robetta, forse anche poco divertente.
E però sarebbe sciocco negare quanto sia trascinante l’edonismo dionisiaco di questo Moondog, poeta post-beat che mette assieme Hemingway e Hunter S. Thompson, vestito nei modi più improbabili, con fantasie infuocate o animalier, sarong o abiti da donna, e che non vediamo praticamente mai senza una birra - la proletaria Pabst Blue Ribbon - e una canna in mano, e che non nasconde la sua passione smodata per le belle donne (ma anche per quelle meno belle).

Korine si diverte a far affrontare al suo personaggio - che dopo la morte della moglie ricchissima, deve pubblicare un nuovo libro per ottenere la sua cospicua parte di eredità - una piccola e stravagante Odissea, un percorso di formazione, un cammino simile a quello di un Pinocchio strafatto che incontra Lucignoli peggiori di lui, e che gli sopravvive indenne, col sorriso di sempre stampato sulle labbra e gli abiti di sempre gettati addosso, come un surfer che pur barcollando rimane sempre sulla cresta dell’onda della vita, e che riesce perfino nel suo intento: che è quello di pubblicare il libro, non certo trasformarsi in un bravo bambino.
E però non c’è affatto il vuoto, dietro al comportamento di Moondog. Cosa faccia dei soldi che gli capitano in mano alla fine del film, lo spiega bene, ma si capisce anche da prima.

Se con il fluo e l’hip hop di Spring Breakers Korine aveva celebrato la Messa da Requiem del Sogno Americano, qui racconta che nel deserto di speranze, e idee, e valori che ci circonda, l’alternativa alla rabbia e alla rivolta violenta che Hollywood sta raccontando in una forma o nell’altra nelle ultime stagioni (sì, parlo anche di Joker) è una protesta di tipo diverso, stonatissima e incurante, e sorridente e positiva.
Qualsiasi cosa gli capiti, Moondog la supera con una scrollata di spalle e una risata, e fa quello che oggi è più importante di qualsiasi altra cosa: va avanti, e va avanti rimanendo sé stesso, senza svendersi o svilirsi, cosciente dei suoi talenti tanto quanto dei suoi difetti. Perché sarà anche egoista e autoindulgente, ma è anche uno che sorride sempre, che non porta rancori, che perdona e accetta il prossimo così come se lo trova davanti, così come accetta quello che il destino e la vita gli piazzano di fronte, bello o brutto che sia.

Dietro alle luci di Miami, ai bar popolari da white e non-white trash, alle ville faraoniche e agli yacht da favola, ai personaggi come quelli di Jonah Hill (l’agente di Moondog), Martin Lawrence (uno scalcinato organizzatore di gite in barca con delfino) o Zac Efron (un piromane conosciuto dal protagonista in rehab); dietro alle partecipazioni di gente come Snoop Dogg nei panni di una copia piuttosto evidente di sé stesso e Jimmy Buffet in quelli di Jimmy Buffett; dietro a una colonna sonora che mescola senza vergogna i Cure, lo stesso Snoop, Van Morrison, Peggy Lee, il country e il reggae, sotto a un’estetica che farebbe l’invidia di Jeff Koons, Harmony Korine non fa mai finta che il mondo non sia oramai un brutto posto. E tra le pieghe del racconto lascia emergere, se non del dolore, sicuramente della malinconia. E pure del romanticismo: andatevi a vedere la sequenza in cui Moondog e la moglie Minnie sono insieme prima della morte di lei, e poi ne riparliamo.

Ma The Beach Bum non lascia mai che tutto questo scoraggi il suo protagonista, lo distolga dal suo convincimento di essere unico e felice, da quello che è quasi un diritto a esserlo. Dal suo proposito edonista di sabotaggio delle regole di un sistema che oramai ha fallito, per far sì che, se proprio anarchia dev’essere, perlomeno sia di quelle che ci permettono di godere della vita e dei suoi piaceri. Se rivolta dev’essere, che sia dionisiaca e che la sua vibe sia positiva.
“I’m quite certain that the world is conspiring to make me happy,” dice Moondog verso la fine del film: l’unica teoria della cospirazione alla quale tutti noi dovremmo aderire incondizionatamente.
E questo è un messaggio che, oggi come oggi, è più intelligente e importante che mai.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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